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Storia,Leggende,Religione & Culto
1visite.

5 aprile 2010

La Château italiana

 
I MISTERI DI ALTARE
 
 
 
Altare è un paese di circa 2500 abitanti in provincia di Savona, in Liguria e, sebbene noto per le sue vetrerie, per alcune strane analogie può essere considerato la Rennes italiana. Perché?
Qui nei primi del ‘900 l’allora parroco monsignor Giuseppe Bertolotti senza badare a spese realizzò per la propria parrocchia migliorie degne di una cattedrale, pur rimanendo lui e il paese, del tutto anonimi e sconosciuti al grande pubblico, analogamente a quanto successo a Rennes-le-Château in Francia ad opera del curato Bérenger Saunière (1852-1917).  
Ma le analogie non finiscono qui.
Giuseppe Giovanni Bertolotti nacque a Cairo Montenotte (Savona) il 4 febbraio 1842. La sua era una famiglia modesta, il padre Luigi è indicato sugli atti come maniscalco e la madre, Rosa Giordano, una semplice sarta. Dopo Giuseppe arrivano altri sette figli: Enrichetta, Rosalia, Cesarina, Giovanni Battista, Antonia, Alberto, Giuseppa, anche se questi ultimi tre moriranno in tenera età.
Il 3 ottobre 1869 Giuseppe assunse l’incarico di parroco ad Altare, luogo a cui legherà la sua vita e la sua leggenda, rimanendoci fino alla morte, presso la chiesa parrocchiale di Sant'Eugenio. Ma qui la gente si sentiva molto più vicino un altro santo, San Rocco, il patrono dei vetrai, che, altra coincidenza, è venerato anche a Rennes-le-Château. A San Rocco è dedicata un’antica piccola chiesa posta all’inizio del paese che era particolarmente cara al sacerdote e che stranamente (altra coincidenza) come a Rennes è raffigurato con la ferita riportata sulla gamba destra mentre secondo al tradizione la ferita dovrebbe trovarsi sulla gamba sinistra.
Inspiegabilmente, nel 1875 Bertolotti iniziò a spendere in modo anomalo per un modesto sacerdote e i primi interventi riguardarono proprio la chiesa di Sant’Eugenio con una serie di lavori di restauro e abbellimento che, a fasi alterne, dureranno fino al 1927. Come Saunière anch’egli venne misteriosamente in possesso di una cospicua somma di denaro, utilizzate per la chiesa e per i parrocchiani. La chiesa ha qualcosa che ci ricorda quella di Rennes-le-Château anche se le dimensioni sono notevolmente maggiori, però alcuni dettagli creano una sorta di legame.
Bertolotti era molto legato alle sue tre sorelle a cui, a partire dal 1901 regalò dei palazzi sontuosi. Villa Agar, destinata a Enrichetta che, nel 1951 divenne un ospedale mentre attualmente è una casa di riposo. Tra il 1905 e il 1906 alla sorella Rosalia fece costruire, dallo stesso architetto, uno splendido edificio in stile Liberty, Villa Rosa, che nel 1992 divenne Museo dell’arte vetraria di Altare. Infine, per Cesarina fece restaurare un intero palazzo. di fronte alla chiesa (oggi è piazza Bertolotti) in modo veramente originale e artistico con un grande bassorilievo sulla facciata che dà alla struttura un aspetto maestoso. Non dimenticò di certo i fratelli e per loro fa costruire un osservatorio meteorologico e sismico che avrà poi sede in uno dei due palazzi che lui stesso possiede in paese. Si aggiunga a questo tutta una serie di elargizioni milionarie a enti civili e strutture religiose come agli asili nido del luogo a cui donò un intero palazzo nel cuore di Savona. Lui stesso aveva un tenore di vita molto alto con una specie di fattoria con ettari e ettari di terreno e pascoli per cavalli. Lo stesso Bérenger Saunière non avava avuto yna esistenza così lussuosa. Non da ultimo, Bertolotti scelse come stemma personale un drago, prerogativa dei vescovi e non certo di un prete di campagna.
 
Nel 1886 il re Umberto I conferì a Bertolotti la croce di Commendatore dell’Ordine dei santi Maurizio e Lazzaro, un ambito titolo concesso a pochi. Ma, ancora più raro sarà l’attestato che riceverà nel 1895, sempre da parte del re, quale Grand’Ufficiale del medesimo ordine e Bertolotti avrà il privilegio di essere l’unico sacerdote al mondo a poter vantare tale attributo. Inoltre, Papa Leone XIII lo nominò Cappellano d’onore e, in seguito, Protonotario Apostolico, mentre Pio X gli concesse il titolo di Abate Mitrato e poi, nel 1907, quello di Vescovo Vicario della basilica di San Giovanni in Laterano a Roma, carica paragonabile a quella di “Vice Papa”! Ma Bertolotti rifiuta tale carica con la motivazione di non poter lasciare la propria comunità. Anche se per motivi opposti, lo stesso era accaduto a Bérenger Saunière che si rifiuta di lasciare Rennes- le-Château quando il proprio vescovo lo destina ad altra sede per punizione. In entrambe i casi, questo insolito attaccamento alla propria parrocchia o al villaggio lascia supporre la presenza di qualcosa di molto importante da non poter lasciare incustodito. Segreto questo, che entrambi questi personaggi hanno portato con loro nella tomba anche in considerazione del fatto che sia i predecessori che i loro successori, alla guida delle stesse parrocchie, non abbiano lasciato poi il benché minimo segno del loro passaggio.
Altri misteri legano questi due strani personaggi della chiesa e queste località come la venerazione per Maria Maddalena. 10nxp39
 
In Francia esiste un altro piccolo villaggio che ha analogie con Rennes e si tratta del comune di BRENAC, nella regione LANGUEDOC ROUSSILLON. Qui si trova la chiesa dedicata ai martiri St Julien e Basilisse che stranamente come a Rennes e ad Altare è riccamente decorata e un prete ha lasciato un segno evidente del suo passaggio. La stessa raffigurazione di San Rocco e, anche qui, misteriosamente, le 14 stazioni della via crucis sono sistemate in senso antiorario mentre dovrebbero essere percorse in senso orario. Inoltre, anche qui, mentre le raffigurazioni degli apostoli è quella tipica dell’iconografia cristiana, quella di Giovanni è diversa, con faccia e vesti che ricordano le sembianza di una fanciulla. Ma Giovanni l’Evangelista è stato spesso raffigurato dall’aspetto efebico e differente da quello barbuto degli altri apostoli. In questa chiesa, in alto, ai lati del coro, spiccano le Tavole della Legge di Mosè ma, mentre le prime 7 numerazioni dei comandamenti, sono esatte, inspiegabilmente, l’ottava è indicata col numero 4, la nona col numero 16 e la decima dal numero romano VV, ovvero 5,5.
Forse anche Brenac fu oggetto delle attenzioni di vescovi e papi?
In questi posti la spiritualità si è sviluppata in modo particolare a volte in forte contrasto con la chiesa di Roma tanto da rasentare l’eresia. Come il caso di Maria Maddalena venerata come una dea. In tutte le chiese della regione la sua statua è sempre collocata in posti di primo piano e spesso la letta “M” che compare ovunque può essere riferita alla madre di Gesù o a Maddalena.
Che dire della grande statua della Vergine con bambino proveniente da Savona che orna la chiesa di Notre Dame du Cros a Caunes Minervois a 20 chilometri da Carcassonne
Anche se si  tratta di una semplice statua rovinata dal tempo, essa acquista un valore particolare perché proveniente da Savona. Tale statua viene menzionata nell’enigmatico libro “Il Serpente Rosso” (Le Serpentes Rouge) i cui tre autori si suicidarono nel giorno della pubblicaione avvenuta il 17 gennaio del 1967.
"Il Serpente Rosso" è un libriccino criptico di solo 13 pagine. Nella sua versione originale nelle prime 5 pagine si trova il testo conosciuto come Avant-Propos, nelle altre vi sono le immagini della Chiesa di Saint-Germain de Prés, delle tombe di re merovingi, della copertina di un opuscolo pubblicato nel 1861 "Gnomon Astronomique", la genealogia merovingia, la Gallia del 511, la Gallia del 632 circa, della Chiesa di Saint Sulpice, la pianta della stessa Chiesa (dove troviamo indicato il P-S , il Preacum ed il meridiano di Parigi) ed il quartiere Saint-Germain del 1615 (anche qui vi è indicato il meridiano). Fu scritto nel 1966 da tre uomini, più probabilmente tre iniziati, tali Pierre Feugere, Louis Saint-Maxent e Gaston De Koker. Si ritiene che appartenessero al cosiddetto "Priorato di Sion", che ancora oggi esiste, e ha la sua centrale nella chiesa di Saint Sulpice a Parigi. Il libro consta di versetti criptici, e ogni capoverso è dedicato ad un segno zodiacale. Quindi sono dodici capitoli più uno, in tutto tredici, in quanto è stato aggiunto il segno zodiacale del Serpentario, più noto forse come Ofiuco. Ad una prima lettura lo scritto sembra privo di significato ma se lo si mette in relazione con il Segreto di Rennes-Le-Chateau, allora il suo linguaggio oscuro simbolico ed ermetico acquista un valore.
Sarà vero che Saunière nascose i resti della Maddalena, dopo averli prelevati dalla falsa tomba della marchesa, celando un segreto che se rivelato avrebbe fatto tremare le fondamenta della Chiesa di Roma?
untitledGiuseppe Bertolotti morì la mattina di lunedì 2 marzo 1931 all’età di 89 anni. Le sue esequie, ovviamente, furono grandiose con tanto di carro funebre trainato da quattro cavalli bianchi. La folla che seguì il feretro fu immensa e tra i tanti amici e conoscenti del parroco c’era un altro parroco, Luigi Orione, il futuro santo e fondatore dell’ordine degli Orionini. Anche a lui, Giuseppe Bertolotti, aveva fatto del bene e donato somme cospicue di denaro.
Ma alla fine, la domanda è una e le risposte sono molte e tra queste ce n’è una che ci riporta con la mente e col corpo in Francia, perché è proprio da lì che, ogni mese, giungeva ad Altare un assegno con molti zero. Chi lo mandava e il perché sono motivo di ulteriori congetture e future ricerche; quello che ci interessa è lo strano collegamento che, ancora una volta, lega strettamente due misteri e due uomini di chiesa, lontanissimi eppure contigui e intersecanti.
Le uniche notizie più certe riguardano lo strano collegamento tra la famiglia Bertolotti e la duchessa di Galliera Maria Brignole Sale (1811 – 1888), fondatrice dell’asilo infantile di Altare e finanziatrice dell’ospedale di Genova, che prenderà il suo nome. La nobildonna apparteneva a una delle famiglie più importanti del capoluogo ligure e aveva sposato il marchese Raffaele De Ferrari uno tra i maggiori azionisti della compagnia che aveva realizzato il Canale di Suez e la ferrovia Parigi-Lione. L’amministratore dei beni della duchessa aveva sottratto beni per la cifra colossale di tredici milioni dell’epoca e prima di scappare all’estero lascia parte del bottino a Giovanni fratello di Bertolotti. Non se ne conosce il motivo, ma i soldi finiscono nelle mani del parroco che le restituisce alla duchessa. Da qui la forte amicizia che legherà i due e probabilmente il motivo per cui la duchessa fa delle donazioni al parroco e lo aiuterà nel ricevere tutte le attestazioni e i titoli che in seguito gli saranno conferiti. Inoltre, la nobildonna trascorreva buona parte dell’anno in Francia, dove morì nel 1888 ed è proprio da qui che, stranamente, a partire dal 1898 cominciano ad arrivare gli assegni ad Altare che, alla morte di Bertolotti, cesseranno di colpo.

 

 
 
Riferimenti: trasmissione “Voyager”, rivista “I Misteri di Hera; http://cosco-giuseppe.tripod.com/misteri.
 

26 novembre 2009

LA DATA DI NASCITA DI CRISTO

 
Magi, Stella e nascita di Gesù
 
 
Nel precedente post intitolato  “I RE MAGI”  di circa un anno fa, scrivevo dei re Magi con qualche accenno alla cometa e alla data di nascita di Gesù. A poche settimane dal Natale, vorrei riprendere il discorso per approfondire l’errore di calcolo che Dionigi il Piccolo commise quando introdusse la nuova datazione dell’era cristiana o volgare, che non è stato più possibile rettificare e di cui ne subiamo le conseguenze.
 
L’Esiguo, come era soprannominato il dotto monaco Dionigi, nacque in Scizia (l’attale Russia) nel 450 e morì a Roma nel 526 ed è famoso per avere calcolato la data di nascita di Gesù, collocandola nell'anno 753 dalla fondazione di Roma e per avere introdotto l'usanza di contare gli anni a partire da tale data (anno Domini).
Intorno al 525, Dionigi ricevette dal cancelliere papale l'incarico di elaborare un metodo matematico per prevedere la data della Pasqua in base alla regola adottata dal Concilio di Nicea (chiamata anche regola alessandrina). All'epoca, si usava contare gli anni a partire dalla fondazione di Roma oppure dall'inizio del regno di Diocleziano (il 284) o, ancora, dal principio dei tempi, calcolato secondo le età convenzionali dei patriarchi biblici. Nel compilare la sua tabella delle date di Pasqua, Dionigi scelse, invece, di numerare gli anni secondo un criterio del tutto nuovo, partendo dall'Incarnazione di Gesù Cristo.
La data di nascita di Gesù era stata da lui stesso determinata con un calcolo basato sui Vangeli e sui documenti storici che aveva a disposizione. Egli prese a riferimento la morte di Gesù avvenuta nell’anno 782 di Roma (il quindicesimo del regno di Tiberio) data in cui Luca nel Vangelo, dice che Gesù aveva trenta anni e così arrivò all’anno 753 (782-29) dalla fondazione di Roma, che per il monaco diventava l’anno 1 a.C. del suo nuovo calendario.
La scelta del 25 Dicembre come mesed i nascita, sembrerebbe dovuta esclusivamente al solo tentativo di far coincidere le date di nascita e di morte che, insieme all’'istituzione della festa liturgica del Natale, come ricorrenza della nascita di Gesù, è tardiva, risalendo al IV secolo.
Nella tradizione liturgica antica il Natale e l'Epifania erano difatti,  festeggiati simultaneamente.
Il calcolo di Dionigi fu approvato da papa Giovanni II e, a partire dall'VIII secolo, adottato in tutto  il mondo cristiano su impulso di studiosi come Beda il Venerabile (monaco e storico inglese vissuto nel monastero benedettino di San Pietro e Paolo a Wearmouth).
 
Ma perché secondo molti studiosi la datazione di Dionigi è errata?
 
Purtroppo, la data di nascita di Gesù non è esplicitamente riportata né dai Vangeli, le principali fonti storiche su Gesù, né dalle altre fonti extra-cristiane.
Però, il Nuovo Testamento offre alcuni utili indizi che andiamo ad analizzare.
 
1) Nel vangelo di Matteo viene menzionata la strage degli innocenti ordinata da Erode il Grande dopo la nascita di Gesù. Erode morì verso al fine del 4 sec. a.C. e si può ragionevolmente pensare che ordinò l’uccisione dei bambini molto prima della sua dipartita, perché se così non fosse, la sopraggiunta morte sarebbe stata di certo vista come una punizione divina e se ne sarebbe fatta menzione. E’ più presumibile, quindi, che la strage degli innocenti sia avvenuta uno o due anni prima della sua morte, ovvero tra il 6 e il 7 a.C.  D'altronde, Matteo ci dice che Giuseppe e Maria, dopo la nascita di Gesù, andarono in Egitto dove rimasero un po' di tempo, almeno fino alla morte di Erode, prima di ritornare in Giudea. Egli dice, inoltre, nell'episodio della fuga in Egitto, che i Magi provenienti dall’oriente furono chiamati da Erode il quale, per stabilire la data di nascita del Messia, voleva conoscere quanto tempo prima era loro apparsa la stella che li aveva guidati fin là. Il fatto che egli diede l’ordine di uccidere solo i bambini dai due anni in giù, lascia supporre che la stella era apparsa due anni prima. Sicuramente i Magi giunsero a Betlemme quando Gesù aveva due anni, perché tanto fu il tempo che impiegarono per completare tutto il tragitto attraverso regioni impervie e desertiche.
Inoltre, Matteo si riferisce a Gesù sempre col diminutivo paidìon, che significa bambino piccolo.
 
2) Luca afferma che Publio Sulpicio Quirinio, mentre era in Palestina a combattere contro gli Omonadensi (tra l’8 ed il 6 d.C.), fu incaricato dall’imperatore Cesare Augusto di effettuare un censimento.  Invece, lo scrittore Flavio Giuseppe colloca con più precisione quel primo censimento, al 6 d.C. data in cui Quirinio divenne effettivamente governatore della Siria.
 
3) Luca riferisce che Giovanni Battista iniziò la sua predicazione "nel quindicesimo anno di Tiberio". Ufficialmente, Tiberio successe ad Augusto il 19 agosto del 14, così l’anno decimo-quinto del suo impero va dal 19 agosto del 28 al 19 agosto del 29. 
Giovanni il Battista era nato 6 mesi prima di Gesù e quindi era suo coetaneo, iniziando a predicare proprio nell’anno decimoquinto di Tiberio, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, secondo quanto riporta Luca.
 
4) Luca riferisce che all'inizio del suo ministero, di poco successivo a quello del Battista, Gesù aveva "circa trent'anni" dato che portò all’errore di Dionigi. Si può invece dedurre, che sia Giovanni che Gesù dovevano, invece, avere circa 36 anni in quel periodo. Pertanto, sulla base di tali dati, la data della nascita di Gesù è ipotizzabile attorno al periodo 7-6 a.C.
 
Nonostante il sostanziale accordo di alcune fonti, che propongono in generale gli anni 3-2 a.C. come anno di nascita di Gesù, il valore storico di queste date è solitamente rigettato da biblisti e storici moderni. Si suppone, infatti, che esse non corrispondano ad approfondite indagini ma rispecchino semplicemente l'indicazione di Luca, secondo cui Gesù aveva circa trenta anni nel quindicesimo anno di Tiberio, mentre altri posticipano la morte di Erode, suggerendo che da data del 4 a.C. sia solo stata associata a quella del successivo regno dei suoi figli.
 
Per quanto riguarda il giorno di nascita di Gesù, invece, l’unica indicazione è data da Luca in merito alla visione dell'angelo Gabriele a Zaccaria  mentre serviva nel Tempio di Gerusalemme durante il turno della classe sacerdotale di Abia, alla quale apparteneva.
Conoscendo il calendario dei turni di servizio delle classi sacerdotali si può ricavare, con una certa precisione, in che periodo dell'anno Gesù nacque.  Alcuni studiosi, basandosi anche sui rotoli di Qumran, ritengono probabile per motivi diversi che il turno di Zaccaria si sia svolto tra la metà e la fine di settembre. Caso vuole che gli ortodossi festeggino ancora oggi l'annuncio dell'arcangelo Gabriele a Zaccaria il  23 settembre. Molte discussioni fra gli studiosi sono nate anche per il fatto che la notte in cui nacque Gesù, vi erano dei pastori che custodivano il loro gregge all'aperto (Luca 2,18). Secondo alcuni è improbabile che ciò avvenisse durante l'inverno, quando le temperature a Betlemme sono piuttosto basse e in base a questo ragionamento, Gesù sarebbe probabilmente nato in un periodo più caldo dell'anno. La presenza dei pastori, però, può essere letta diversamente perché nel periodo autunnale ed invernale alla periferia delle città si trovavano i recinti di pecore dato che con l'inizio dell'autunno finivano i pascoli estivi, lontani dai centri urbani.
 
 I Vangeli, quindi non ci aiutano molto.
Sta di fatto che Matteo non fornisce alcun dato storico mentre Luca, al contrario, cerca in qualche modo di fornire una cornice storica alla nascita ed alla vita di Cristo, commettendo, forse, qualche errore.  Come lo potrebbe essere perfino l’indicazione di Betlemme quale luogo di nascita che per molti biblisti è invece Nazareth.  
 
In merito alla “stella cometa” che secondo il racconto del Vangelo di Matteo guidò i re magi, la sua esistenza è messa in discussione e sono stati fatti diversi tentativi per identificare tale stella.
Nel capitolo II egli narra che i Magi, giunti a Gerusalemme, s’informano in giro per sapere dove era nato il re dei Giudei, dato che avevano visto sorgere la sua stella. Re Erode si preoccupò moltissimo e consultò sommi sacerdoti e scribi, poi chiamando segretamente i Magi a Betlemme.
Qui essi scorsero di nuovo la stella, la stessa che dall’inizio li aveva guidati e che li portò, poi, sul luogo dove era nato il Bambino.
Nessun altro testo sacro parla della stella o dei magi.
Il primo scienziato ad interessarsi alla stella fu Johannes Kepler, uno dei fondatori dell’astronomia moderna, che, osservando l’esplosione di una supernova, il cui bagliore può essere milioni di volte superiore a quello del Sole e durare molti mesi a secondo della distanza, ipotizzò che esso poteva essere il fenomeno celeste visto dai Magi.  Kepler calcolò la frequenza di congiunzione dei pianeti Giove e Saturno perché quando nei Pesci, l'allineamento da luogo ad una forte luminescenza.
Risalendo indietro nel tempo, concluse che tale configurazione si era verificata anche nel 7 a.C.
Probabilmente, la stella luminosa vista dai Magi non sarebbe altro che la particolare luminosità derivata da questo allineamento.
 
L’ipotesi della cometa di Halley è stata scartata dal momento che la sua orbita si completa circa ogni 76 anni e andando a ritroso essa sarebbe apparsa nel cielo della Giudea nel 12 a.C., data troppo distante anche da quella presunta calcolata tra il 6 o 7 a.C.
 
Recentemente due astronomi americani Michael R. Molnar e Mark Kidger hanno pubblicato entrambi un volume intitolato “La stella di Betlemme”.
Molnar, ricollegandosi alla teoria di Kepler e dopo nuovi calcoli astronomici ha spiegato che il fenomeno è dovuto all’oscuramento di Giove da parte della Luna verificatosi nel 7 a.C.
Kidger, invece, affidandosi a vecchissime mappe celesti babilonesi e cinesi, propende per l’ipotesi dell’apparizione di una stella nova verificatosi il 5 a.C. come un astro miracoloso probabilmente apparso per la grande occasione.
 
 
 
 
Riferimenti: http://it.wikipedia.org/wiki/

14 novembre 2009

CITTA' ESOTERICHE

 
LA MAGIA DI PRAGA
 
 
C’è una storia ufficiale, documentata e scritta nei manuali, che elegge Praga a città magica, protagonista insieme a Torino e Lione del celebre triangolo europeo di magia bianca.
Praga magica, città dalle cento torri, Praga: "la mammina che con i suoi artigli non ti lascia mai" - cosi si esprimeva Kafka. 
Sarà quel suo essere sospesa fra tre culture, quella slava, quella centroeuropea e quella ebraica; sarà quella particolare luce che al tramonto tinge d'oro tutti gli edifici, sarà la sua ricchezza di storia, che spesso sconfina nella leggenda, ma Praga è da sempre considerata una delle città più magiche d'Europa. Solo a Praga poteva trovarsi un Vicolo degli alchimisti, detto anche Viuzza d'oro, nome che gli deriva, ovviamente, da una leggenda.
E’ una storia che affonda le radici nel lontano ‘500, ai tempi di Rodolfo II, eccentrico sovrano con una passione per alchimia, l’arte che all’epoca univa la scienza e la magia.
Nel 1583 la capitale del Sacro Romano Impero venne spostata da Vienna a Praga proprio ad opera di Rodolfo II d’Asburgo (1552 – 1612). Egli era due volte bisnipote di Giovanna la Pazza e questa singolare ascendenza contribuì significativamente al diffondersi della sua fama di folle. Tra coloro che gli predissero un avvenire tribolato ci fu anche Nostradamus che profetizzò al bimbo un destino catastrofico. Non sposato e amante dell’arte era assetato di sapere e fu ossessionato dall’alchimia tanto da invitare presso la sua corte tutti i più importanti maghi ed artisti dell’epoca e, rinchiuso nel castello di Hradschin sulla collina Hradcany, il sovrano si dedicò soprattutto al culto delle arti e delle scienze occulte. Personaggio particolare, si sentiva perseguitato dalla chiesa e dal clero e per questo non partecipava volentieri alle cerimonie religiose. Tra l’altro, gli era stato predetto che sarebbe morto a causa di un monaco. Rodolfo sembrava incarnare il mito stesso dell’alchimia ed in particolare della sua fase iniziale, la nigreto, il fuoco che brucia e demolisce la materia grezza. Tutti gli scienziati, esoteristi e ricercatori che cercavano il segreto della “Pietra filosofale”, la trasformazione simbolica del piombo in oro o la ricerca della formula dell’elisir di lunga vita, vennero alloggiati a corte.
Una leggenda narra che gli alchimisti erano costretti a stare in un strettissimo vicolo in anguste stanzette senza poter uscire, lavorando ossessivamente giorno e notte con guardie che li sorvegliavano.
Tra le personalità eccentriche che il re assoldò e richiamò da tutta Europa vi furono gli astronomi e astrologi quali  Tycho Brahe e Giovanni Keplero, John Dee, il sedicente medium Edward Kelley, l’alchimista Michael Sendivogius ma anche il nostro Arcimboldo, celebre per i suoi ritratti realizzati con frutti, ortaggi e fiori.
John Dee fu uno dei più famosi esperti di arti magiche della storia inglese, professore a Cambridge che gettò le basi per il British Museum regalando 4000 volumi della sua collezione. Fu l’astrologo della regina Maria Tudor e poi di Elisabetta I. Nel 1582 l’alchimista sostenne di aver ricevuto dall’angelo Uriel una pietra rotonda e convessa simile ad un grosso cristallo nero detto “The shew stone” (la pietra delle visioni) che aveva la proprietà di mettere il mago in diretto contatto con altre dimensioni altrimenti invisibili ai comuni sensi umani. Queste presenze gli avrebbero anche rivelato i segreti celati nel criptico “Liber Logaeth”.  
 
[John Dee si serviva della magia angelica per interrogare gli angeli sui segreti della natura. Durante questi contatti angelici, gli avrebbero mostrato un libro magico scritto in una lingua sconosciuta: si sarebbe trattato del "Libro di Enoch". Gli spiriti gli avrebbero dettato la traduzione parola per parola e Dee riportò tutto in un libro che intitolò "Liber Logaeth" o "Liber Mysteriorum Sextus et Sanctus", che scrisse in una lingua sconosciuta, da lui definita “enochiano”. Tale libro è tuttora custodito nel British Museum di Londra, ma è illeggibile e incomprensibile, a parte risalire alle radici di qualche parola, nonostante si sia potuto estrapolare l’alfabeto utilizzato, che si compone di 21 lettere, e si sia capito che la scrittura si legge da destra verso sinistra.]
Il nome di questo singolare matematico-astrologo-alchimista-angelologo è legato anche alla leggendaria “Mano della Gloria”,  la “Sigillum Emeth”, la più potente mai realizzata, che avrebbe fabbricato egli stesso e che sarebbe andata perduta subito dopo la sua morte, avvenuta a Mortlake (Londra) nel 1608.
[Secondo vecchie credenze europee, costruendo una candela con il grasso di un malfattore finito sulla forca o con il dito di un bambino nato morto, accendendo la candela e infilandola nella Mano della Gloria come un candeliere, la Mano avrebbe paralizzato tutti coloro a cui fosse mostrata. Per questo motivo veniva talvolta usata dai ladri che image intendevano derubare una casa. Nel XVII secolo alcune donne incinte venivano uccise da ladri per fabbricare queste candele.]
 
La fama di Edward Kelley era, invece, più oscura e negativa e si diceva era in grado di comunicare con gli angeli mentre Dee trascriveva minuziosamente tutto ciò che egli percepiva. Kelly fu un personaggio decisivo nella storia di Praga magica.
Nato in Inghilterra nel 1555 era esperto di testi arcaici e di pratiche alchemiche, legato ad ambienti oscuri che gli costarono l’amputazione di entrambe le orecchie da parte della legge.
Divenne una celebrità dopo aver rinvenuto in una tomba di un vescovo cristiano, in un  cimitero del Galles, testi antichissimi ma, soprattutto due sfere d’avorio contenenti una magica polvere (bianca o rossa). Da tali ritrovamenti avrebbe appreso l’antica arte della trasmutazione. Le cronache del tempo narrano delle sue trasmutazioni di metalli in oro di fronte a universitari e imperatori. Quando nel 1584 raggiunse Dee alla corte di Rodolfo, divenne una star. Le sue trasmutazioni di fronte a Rodolfo gli valsero stima, considerazione e privilegi. In coppia con Dee eseguì per anni esperimenti di ogni tipo e natura, magia incomprensibile e proibita. Fino a quando, nel 1586 la chiesa di Roma tuonò contro Rodolfo bollando Dee e Kelley come due negromanti.
Dee abbandonò Praga e tornò alla corte di Elisabetta diventando rettore dell’università di Manchster. Kelley, invece, rimase e per anni il suo astro sinistro continuò a splendere su Praga. Nel 1591 Rodolfo lo imprigionò nella torre del castello di Krivoklát perchè voleva conoscere e fare propri i suoi segreti, ma anche perché stanco di aspettare che le sue capacità di trasmutazione avvenissero finalmente su larga scala. Per questo lo fece torturare espropriandolo di ogni bene ma Kelly non cedette anzi, tentò la fuga gettandosi dalla torre, spezzandosi una gamba che gli venne poi amputata. In prigione Kelley scrisse il suo trattato “Lapide philosophorum” (La pietra filosofale) che dedicò a Rodolfo II, ma il gesto non gli valse la libertà e si dice che nel 1597 si tolse la vita ingerendo un potente veleno. Qualcuno afferma, invece, che morì per le ferite provocate dalla caduta. Ma uno dei più indecifrabili eventi che lega Dee, Kelley e Rodolfo riguarda quello che viene definito il più misterioso libro della storia, il leggendario “manoscritto Voynich” Si tratta di un piccolo libro di 22 x 16 cm. formato da 102 fogli con 204 facciate scritte ed illustrate ma non complete perché oltre 24 pagine sono state strappate nel corso dei secoli. Tutto il libro è coperto da una scrittura sconosciuta fatta da 250 mila caratteri che formano oltre 4000 parole ignote con illustrazioni altrettanto misteriose. Rodolfo comprò l'anonimo manoscritto dai due maghi per l’esorbitante cifra di 600 ducati d’oro (circa 70 mila degli attuali euro) e dal momento che che fino ad oggi nessun studioso è stato in grado di comprendere appieno quel linguaggio, nemmeno i computer della dei servizi segreti americani, è stato ipotizzato che Kelley creò il manoscritto al solo scopo d'imbrogliare l'imperatore Rodolfo.
 
Rodolfo morì nel 1612 e prossimo alla morte fu costretto ad abdicare in favore del fratellastro Mattia.  La salma dell'Imperatore riposa nella cattedrale di San Vito e la sua anima, invece, non riposa maledicendo la sua città per averlo rinnegato. Durante l'aggravarsi della sua malattia mentale egli infatti scrisse:
 <Praga dannata Praga. Io ti ho resa famosa ed ora tu scacci il tuo benefattore. Che la vendetta si abbatta su di te e su tutta la nazione ceca>
 
Il motivo per cui Rodolfo fece spostare la capitale del Sacro Romano Impero a Praga, rendendola poi una città magica, è anche da ricercare nella preesistente forza esoterica della sua architettura. Il vicolo dell’oro, il Ponte Carlo, il quartiere di Malá Strana o il ghetto ebraico, per esempio.  Il Ponte Carlo (in ceco  Karluv Most), simbolo di Praga, è uno storico ponte in pietra sulla Moldava che collega la Città Vecchia al quartiere di Malá Strana. Lungo 516 metri la sua costruzione, iniziata nel 1357, fu commissionata da Carlo IV, allora Re di Boemia e Imperatore del Sacro Romano Impero, al misterioso architetto Petr Parlér e per volere dei gesuiti esso fu ornato con 30 statue di santi, tra cui quella di Giovanni Nepomuceno, oggi protettore di Praga. Tale statua fu posta nel luogo esatto dove il santo fu gettato e fatto annegare dal re Venceslao IV di Boemia, nel 1313.
La leggenda vuole che il celebre Ponte Carlo seppe resistere alle numerose inondazioni della Moldava ma quando l’allora vicario generale dell'arcidiocesi di Praga, Giovanni Nepomuceno, vi fu gettato, l’arcata crollò proprio in quel punto . Inutili per anni i ripetuti tentativi di ricostruirla, l’opera dei muratori la notte crollava di nuovo. Il costruttore però si incaponì e, dopo una serie di fallimenti, scese a patti col diavolo promettendogli la vita di colui che per primo avrebbe attraversato il nuovo ponte. Per risparmiare un’anima innocente, però, pensò di ingannare il demonio liberando, all’alba del giorno dell’inaugurazione, un gallo all’imbocco del ponte. Ma il diavolo fu più furbo: si finse muratore, si precipitò dalla moglie del costruttore e le disse di correre al ponte perché a suo marito era capitato un brutto incidente. Il costruttore non poté fermarla e la notte stessa la poveretta morì con il bambino che portava in grembo. Pare che l’anima del piccolo abbia volteggiato a lungo sopra il ponte, emettendo starnuti che i passanti riuscivano a udire. Fino a che un giorno qualcuno, d’istinto, gli rispose “Salute!” e inconsapevolmente liberò la giovane anima, che poté finalmente volare in cielo.
Un’altra leggenda vuole che in uno dei pilastri del ponte sia murata parte dei tesori dei Templari come il martelletto d’oro di uno dei costruttori della Torre di Babele e un cristallo della corona del re Salomone.  

La relazione tra gli archi, la lunghezza e l’orientamento del ponte non sono casuali, tutto è in proporzioni astrologiche simboliche. Lo stesso dicasi per la torre della Città Vecchia, disposta in modo che il tramonto del solstizio d’estate illumini esattamente la lanterna della grande torre della cattedrale di San Vito, il punto preciso che conserva il cranio del santo. Inoltre, i lavori di costruzione, su indicazione dell’astrologo di corte, iniziarono esattamente nell’ano 1357 alle ore 5,31 del mattino. Una data palindroma che rivestiva un valore magico a protezione della città. D'altronde, tutto il quartiere di Nova Mesto, la Città Nuova fatta costruire da Carlo IV, riproduce la Gerusalemme celeste dove tutto il disegno urbano è una mappa astrologica. Per esempio la via “Jeruralemska” fu fatta orientare verso il punto in cui sorgeva il sole a  Natale, al fine di creare una connessione tra cielo e e terra e tra simboli e stelle.

Rodolfo non fece molte opere urbane ma a  lui è dovuta la misteriosa “Casa della stella” costruita secondo due triangoli che si intersecano imagee sormontata da una stella a 6 punte (Stella di Davide o sigillo di Salomone). La  casa veniva usata per riunioni particolari con persone particolari.

Secondo alcuni, il nome stesso della città di Praga (prah) indicherebbe il suo essere la porta di entrata per universi sconosciuti ed invisibili. Vi sono perfino alcune profezie che affermano che la città sarà fondamentale durante i giorni dell’Apocalisse e anche per questo, forse, Rodolfo voleva essere parte di questo luogo particolare.

[Libuše è la leggendaria fondatrice della dinastia Premyslide e principessa del Popolo Ceco. Secondo la leggenda, fondò Praga nell' VIII secolo, più esattamente nel 730 d.C. Un pomeriggio d’estate, Libuse, Premysl e il loro seguito osservavano il panorama dal castello di Vysehrad. Libuse predisse allora: “Vedo una bella e grande città, la cui fama arriverà fino alle stelle. Nel bosco c’è un uomo che sta scolpendo la soglia della sua casa. Lì farete costruire un grande castello e lo chiamerete Praha. Così come davanti alla soglia di una casa chinano il capo il re e tutti i principi, anche i più potenti, un giorno si inchineranno davanti al castello e alla città che crescerà sotto di esso”. Così fu: il castello di Praga fu fatto costruire in quel luogo e divenne sede dei principi e in seguito dei re boemi. Ancora oggi davanti alla bellezza della città che porta il suo nome, si inchinano persone di tutto il mondo…]

Praga è stato anche un luogo di società segrete che ufficialmente nascono nel 1700 ma, vi sono molti esempi che indicano date precedenti.

All’interno della chiesa di Santa Maria della Vittoria è custodita un insolita reliquia da molti considerata molto potente. Si tratta della statua di un bambino di cera proveniente dalla Spagna e giunta a Praga nel 1628. Statua costruita da un eremita andaluso in seguito ad una apparizione di Gesù ed a cui sono attribuiti molteplici miracoli al punto che il bambino negli anni ha perfino ereditato titoli nobiliari e proprietà.

Infine, sotto l’altare vi sono delle catacombe, fredde ed umide sotterranei che contengono alcune salme che dopo più di 300 anni si sono misteriosamente mantenute intatte. Non vi sono spiegazioni certe e le ipotesi fatte finora sono tre. La prima di natura religiosa che santificando i corpi dei religiosi assurge al miracolo. La seconda di natura scientifica secondo la quale particolari situazioni ambientali e la presenza di enzimi avrebbero permesso la conservazione. La terza, infine, di natura esoterica che rivolge la sua attenzione ad una particolare energia. Essa segue la teoria che le vecchie chiese sono state costruite su particolari ponti di energia scaturiti dal centro della Terra. E quella della chiesa di Santa Maria della Vittoria sarebbe talmente forte da aver preservato i corpi dei religiosi e distribuirsi su tutta la città. 

A Praga , alla fine del XVI secolo, visse anche il rabbino Jehuda Löw bar Beza-lel (meglio noto come Rabbi Löw) al quale la leggenda attribuisce la creazione del Golem.

[Golem è una parola ebraica che significa "materia senz'anima", e il Golem era una gigantesca creatura antropomorfa, che il rabbino avrebbe creato plasmandola con l'argilla e alla quale avrebbe dato la vita ponendole nella bocca un rotolino di pergamena sul quale era scritto il nome impronunciabile di Dio.
Compito del Golem era proteggere e aiutare la comunità ebraica perseguitata, e la creatura lavorava indefessamente a questo scopo settimana dopo settimana, riposando ovviamente nel giorno del sabbath, quando veniva lasciata ebraicamente riposare inanimata e priva del cartiglio tra le labbra che le dava vita.
Il rabbino Löw dimenticò però, un giorno, era la vigilia di un sabbath, di togliere la pergamena dalla bocca del suo Golem: questi, combattuto tra l'imperativo di lavorare e quello di osservare il rituale giorno di riposo, impazzì e prese a fare a pezzi la casa dell'incauto religioso. In quel momento, nella sinagoga, Löw stava facendo cantare il salmo 92. Tutti corsero all'aperto per vedere cosa stesse succedendo e il rabbino riuscì a fermare la creatura saltandole addosso e strappandole la pergamena dalle labbra. Poi la condusse via, forse in una soffitta, dove alcuni sostengono che giaccia ancora, in attesa di prendere vita, mentre altri pensano che sia tornata alla polvere da cui era venuta. Resta il fatto che, da allora, nelle sinagoghe praghesi, ci si astiene scrupolosamente dal cantare il salmo 92, in ricordo della leggendaria vicenda.]

 

 

riferimenti: trasmissione Voyager, novembre 2009

28 agosto 2009

PROFETI & MESSIA

 
GLI ALTEREGO DI GESU’
 
 
Al tempo di Gesù i movimenti religiosi fiorirono numerosi e alcuni condividevano lo stesso messaggio. Roma dominava quasi tutte le terre allora conosciute e l’impero era popolato da un mix di culture che si riflettevano nella nascita delle religioni più disparate, inspirate da nuove divinità, profeti rivali e figli di Dio.
Uno dei leader più noti rivale di Cristo fu Apollonio di Tiano e ambedue  avevano in comune un profilo   sorprendentemente simile.
Apollonio era un filosofo, un guaritore ed esorcista che andava a piedi scalzi ed  avrebbe condotto una vita ascetica secondo la dottrina pitagorica. Nacque nella stessa epoca di Gesù nell’area dell’attuale Turchia (Cappadocia) e la sua nascita miracolosa venne annunciata alla madre direttamente da Dio.
Viaggiò molto, recandosi in India, Grecia, Italia, Spagna e in Egitto. Metteva in pratica le dottrine che predicava e il suo messaggio era diretto e coraggioso, ritenendosi egli stesso ispirato da Dio per riportare sul giusto cammino l'umanità.
Si dice che abbia osato sfidare Nerone e Domiziano.
 
Alcuni elementi biografici, tra cui il fatto di aver studiato a Tarso, hanno fatto ritenere alcuni studiosi antichi e recenti che Apollonio e Paolo di Tarso  siano stati in realtà la stessa persona.
Come Gesù anche lui avrebbe resuscitato i morti e fatti molti miracoli affini a quelli che i Vangeli attribuiscono a Gesù Cristo. Infatti, un giorno, mentre un senatore romano si disperava per la morte della propria figlia, otto giorni dopo la morte, il profeta la riportò alla vita. Secondo il suo biografo (controversa biografia compilata dallo scrittore Filostrato), Apollonio visse molti anni e invece di morire (morì forse verso fine del I secolo), salì al cielo accolto in paradiso da cori di angeli. Ma contrariamente a Gesù, Apollonio non ebbe la fortuna di essere sostenuto da una comunità organizzata con una struttura sociale ben definita. Per questo la storia non lo degnò delle stesse attenzioni di Cristo.
 
Ma a rigor di logica, perfino Giovanni Battista potrebbe essere considerato un rivale di Gesù ed il fatto che quest’ultimo si fece battezzare da lui vuol dire che era un suo seguace e che Giovanni aveva predicato prima di lui. All’apice della fama Giovanni fu giustiziato da Erode re della Giudea che vide una minaccia nel profeta del deserto.
Alla fine i suoi seguaci riconobbero in Gesù il messia che Giovanni aveva annunciato ed aderirono alla nuova religione cristiana, tranne pochi irriducibili, noti col nome di Mandei, che nel II sec. si spostarono a nord dell’attuale Iraq.
Di questa setta oggi vi sono circa centomila membri sparsi in tutto il mondo che non riconoscono Gesù come il vero messia, mentre Giovanni il Battista rimane il loro unico profeta. 
Più o meno nello stesso periodo un altro un altro rivale di Gesù minacciava di eclissare il suo messaggio. 
Era un predicatore un po' eccentrico conosciuto con il nome di Simon Mago. Nacque in Samaria regione della Palestina a confine con la Giudea ma si sposta dall’Egitto a Roma per diffondere la sua dottrina.
Simone è consapevole della forza della nuova religione predicata da Gesù e nel tentativo di guadagnarsi un posto nel cristianesimo entra in conflitto con uno degli apostoli di Cristo, Pietro.  Entrambi si affrontarono in una serie di sfide all’ultimo miracolo. Si racconta che Simone voleva dimostrare di essere più potente di Gesù e cominciò a provocare Pietro dichiarando di poter ascendere al cielo, cominciando poi a lievitare. La folla attonita volse lo sguardo a Pietro che tendeva le mani verso il cielo pregando Gesù di far tornare a terra il suo rivale. Le invocazioni di Pietro suonarono poco cristiane ma sortirono il loro effetto, come narrano gli atti di Pietro.
“Egli cadde dall’alto e si ruppe la gamba in tre punti. Gli uomini scagliarono pietre contro di lui e tornarono a casa credendo in Pietro da quel momento in poi”.
A quel punto Simon Mago viene abbandonato dai suoi discepoli. La storia, come sempre, è scritta dai vincitori e alla fine, i cristiani avevano sbaragliato i seguaci dei rivali di Gesù mentre i teologi contribuirono a demonizzare e sminuire queste figure.
 
Cento anni dopo la morte di Gesù i romani impongono ancora il culto dell’imperatore in Galilea, ma nel 132 d.C. un altro rivale del messia si oppone a questa pratica.  Era un leader ebreo che da Gerusalemme non predicava la pace ma la guerra.
E’ Simon bar Kokheba o Bar Kochba che molti giudei del tempo lo considerarono più degno del titolo di messia rispetto a Gesù Cristo.
Ma i tratti in comune sono numerosi. Anche lui discendeva dalla stirpe reale di re Davide ed una guida carismatica anche se con un seguito poco nutrito di fedeli. Come Gesù si oppose alla dominazione romana ma con una sostanziale differenza, egli era intenzionato a combattere i romani con le armi.
La rivolta di  Bar Kokheba era il risultato di un progetto ben pianificato e tutto partì da un gruppetto armato di 125 giudei. Allo scoppio della guerra i ribelli ebbero subito la meglio. Bar Kokheba e i suoi uomini spevano come guidare un esercito e combattere le battaglie. La campagna di Bar Kokheba  fu un trionfo e dopo aver annientato una intera legionhje romana, il condottiero libera prima Gerusalemme e poi la Giudea dalla occupazione romana. A quel punto Bar Kokheba  si proclama principe di Israele.
Per molti ebrei del I secolo le sue concquiste militari lo rendono un messia più credibile di Gesù. Infatti, secondo le scritture il messia era un re vittorioso inviato per decretare la rovina di Roma e fondare lo stato di Israele. Ma dall’altra parte del Mediterraneo, l’imperatore già stava correndo ai ripari con l’intenzione di riservare a Simon lo stesso trattamento subito da Gesù. Nel 135 d.C. l’esercito romanoreprime la ribellione. L’imperatore voleva distruggere l’inquieta nazione ebraica una volta per tutte. Gerusalemme viene occupata e ricostruita secondo i canoni di Roma, lo giudaismo bandito ed i rabbini giustiziati. Il messia aveva fallito e questo porta molti fedeli a convertirsi al messaggio di pace di Gesù.
 
 
 
 
 

19 luglio 2009

ANTICHE RELIGIONI

 Zoroastro e le creazioni di Ahura Mazda

ZOROASTRO

 Zoroastro (630 a.C. – 532 a.C.) nome derivante dalla trascrizione greca Zoroastres di Zarathustra, (termine probabilmente derivante da “ushtra” conducente di cammelli) è il profeta persiano fondatore della religione Zoroastrismo, dedicata al sommo dio Ahura Mazda (letteralmente ‘Signore Saggio’).  Secondo le narrazioni che hanno riguardato questa importante figura filosofica, il giovane Zoroastro, figlio del sacerdote Porushaspa, dovendo seguire le orme del padre, iniziò a celebrare i rituali religiosi professati dalla sua tribù, consistenti, per mancanza di un luogo sacro, in canti di lode e sacrifici all' aperto. All' età di vent'anni, non soddisfatto di quella vita spirituale, si ritirò nel deserto a meditare e venne - in pieno stato di estasi - colto da visioni durante le quali gli apparve il signore della saggezza, lo Ahura Mazda (Ohrmazd in pahlavi), principe del bene, che gli dette l'ordine di combattere contro il principe del male, Ahriman.Fiorito sei secoli prima dell'era cristiana, lo Zoroastrismo, anche conosciuto col nome di Mazdeismo, si presenta come una versione riformata di una precedente tradizione religiosa persiana, il culto praticato dagli Achemenidi (durante le due grandi dinastie degli Achemenidi e Sasanidi cui appartennero i re Ciro il Grande, Dario I e Serse I (VI-V secolo a.C.) dell'antica Persia, caratterizzata da numerosi elementi in comune con la religione vedica indiana.Essa diventa per secoli la religione dominante in quasi tutta l'Asia centrale, dal Pakistan all'Arabia Saudita, fino alla successiva rapida affermazione dell’ Islamismo nel VII secolo, con la supremazia degli Arabi musulmani.  Alcune fonti sostengono che Zoroastro sia vissuto alla corte del sovrano Vishtaspa dell’antica Corasmia, e che l’impero persiano, governato da Ciro il Grande, espandendosi verso oriente lo abbia, poi, sottomesso. Dal VI secolo lo Zoroastrismo si espanse perfino nella Cina settentrionale, attraverso la via della seta. Nell'VIII secolo un gran numero di iranici devoti al culto zoroastriano emigrarono in India, ma a condizione che si astenessero da attività missionarie e si sposassero tra loro. Anche se le restrizioni sono vecchie di secoli, ancora oggi i Parsi, così si chiamano in India i devoti dello Zoroastrismo per distinguerli dalle comunità di Zoroastriani dell'Iran (popolazioni Curde), non fanno proselitismo e sono endogamici.  Poiché non sono sopravvissute fonti scritte persiane contemporanee di quel periodo, è difficile descrivere la natura dell'antico Zoroastrismo in dettaglio, mentre le conoscenze su Zoroastro ci provengono dall'Avesta e da alcune informazioni contenute nel capolavoro epico-poetico Shahnameh del poeta iraniano Firdowsi. 

Zoroastro scrisse diciassette capitoli (inni o canti) del Gatha, il più antico e venerato scritto zoroastriano e parte più importante dei libri sacri dell’ Avesta che sono stati composti dopo la morte di Zoroastro. I suoi “Sette Capitoli” presentano dottrine alquanto diverse da quelle delle Gatha. Infatti, i settantadue capitoli del Gatha sono quelli che per lingua e stile (indo-iranico) sono più vicini agli antichissimi libri sacri del Veda indiani. Non si tratta di veri e propri trattati a carattere filosofico-teologico, privi di riferimenti cronologici e storico-geografici, ma piuttosto di un arcaico e retorico linguaggio allegorico-metaforico-esoterico a cui spesso è difficile dare la giusta interpretazione, divenendo, così, i testi più difficili da interpretare della tradizione zoroastriana.  L'Avesta (derivante forse dal termine medio-persiano abestag="preghiera"), non ha solo carattere religioso, ma comprende anche elementi di cosmogonia, astronomia, astrologia, oltre a tradizioni e norme famigliari. Le Gatha contengono alcuni elementi autobiografici che portano a conoscenza della lotta di Zoroastro contro l’ordinamento religioso tradizionale e dei seguaci (karapan, kavi, usij) dei vecchi culti adoratori dei ‘daeva’ , le divinità dell’antico politeismo iranico.  Per questo motivo egli fu costretto ad abbandonare la terra di origine insieme ad alcuni discepoli (i drigu, i frya, i urvatha). Il messaggio di Zarathushtra e della sua comunità andava contro l’attuale credo fondato su oscure mitologie e basato sull’eccesso e sulla violenza (aeshma).  Zoroastro si oppose a questi eccessi invitando alla fede per un solo dio, Ahura Mazda (raffigurata da un disco alato).

Disco alato (Faravahar) simbolo di Ahura MAzda e degli Amesha Spentas

Secondo lo Zoroastrismo, Ahura Mazda (Ohrmazd in pahlavi) crea il mondo in sei "periodi" e poi  Mashya e Mashyana, rispettivamente il primo uomo e la prima donna.  Il dio supremo ha due figli gemelli (o emanazioni),  “Spenta Amesha” personificazione delle sue qualità benefiche e positive, e l’altra Angra Mainyu"  (Ahriman in persiano, lo “Spirito malvagio” e distruttore) e dai suoi aiutanti, Signore del Male e della Morte.  Alcuni studiosi ritengono che la figura di Angra Mainyu abbia ispirato agli ebrei il concetto di Satana, come avversario di Dio.

Dal dio Spenta Amesha derivano sette entità astratte o esseri spirituali detti “Benefici Immortali”, (Amahraspandan in pahlavi) che come entità (hent) vivono una loro vita o esistenza spirituale influenzando quella materiale, e sono protettori e guardiani dei diversi “elementi” usati per la creazione (terra, acqua, fuoco, aria) nonché tutti gli esseri viventi (vegetali, animali e umanità). Sei di essi, gli  “Amesha Spentas” sono Arcangeli, gli esseri spirituali più elevati e sono:

Vohu Mano (Phl. Vohuman): Buon Pensiero. Presiede al bestiame.
Asha Vahishta (Phl. Ardwahisht): Supremo Asha, o Miglior Giustizia, l' Arcangelo che presiede all' Asha (verità) e al fuoco.
Khshathra Vairya (Phl. Shahrewar): Dominio delle scelte, l' Arcangelo che presiede ai metalli.
Spenta Armaiti (Phl. Spandarmad): Santa devozione, che presiede alla terra.
Haurvatat (Phl. Hordad): Perfezione o Salvezza che presiede alle acque.
Ameretat (Phl. Amurdad): Immortalità, che presiede alla Terra.

 Fravashis (Phl. Farohars), la settima entità, rappresenta e guida gli yazatas, Angeli custodi o Arda Fravash ("Santi angeli guardiani "), che Ahura Mazda ordinò a Zarathushtra di invocare in caso di pericolo e se non fosse per il loro aiuto né uomini né animali avrebbero potuto esistere, a causa della strega Druj, alleata di Ahriman, che li avrebbe distrutti tutti [per alcuni nomi vedi alla voce Sih-rozag successiva]. Ogni persona è accompagnata da un angelo custode (Y26.4, 55.1), che funziona da guida per tutta la vita.

Zoroastro predicò che tutto ciò che di benefico esiste per il genere umano è stato creato da Ahura Mazdaed e della sua emanazione “Spenta Amesha”, mentre tutto ciò che è malefico è opera del gemello Angra Mainyu. L’esistenza (sti) spirituale benefica “menog” è all’origine di quella materiale “getig” e quindi della Vita (gaya) mentre quella malefica, di natura strettamente immateriale (mentale),  è all’origine della non-vita (ajyaiti), dovuta alla presenza di  (ebgat=assalto) di potenze spirituali nocive in quanto avverse all’opera divina.

La battaglia tra il Bene (Luce o vita, gaiin) ed il Male (Tenebre o non-vita, a-jyatary) poteva essere combattuta con il libero arbitrio (libertà e volontà) così come all’inizio fecero lo Spirito Benefico (Spenta Mainyu) e lo Spirito Distruttore (Angra Mainyu) tali solo per loro libera scelta. Spiriti che apparvero in sogno a Zoroastro e descritti in Yasna.  Uno degli insegnamenti fondamentali del zoroastrismo è proprio questo dualismo con due stati di esistenza (uba e ahu), spirituale o mentale e materiale o ossuto. Ma tale idea trova origini già nella precedente comune concezione indoiranica. Il Gatha parla di un’esperienza estatica durante la quale Zoroastro percepì la realtà come un opposizione tra ‘verità’ (asha) e ‘menzogna’ (druj) portandolo a distinguere tra un ahu mentale (mananho o manahya) ed un ahu corporeo (astvan, tanu o gaeithya).

<< Io che intendo servirvi mediante il Buon Pensiero (Vohu Manah) o saggio Signore (Ahura Mazda), affinché voi rechiate a me secondo la Verità (Asha) i favori  delle due scienze, la corporea e quella del pensiero>> (Yasna 28,2)

Nodo centrale della religione è la costante lotta tra Bene e Male. Agli inizi della creazione, il Dio Supremo caratterizzato da luce infinita, onniscienza e bontà è opposto alle Tenebre, violenza e morte. Il conflitto cosmico risultante interessa l'intero universo, inclusa l'umanità, alla quale è richiesto di scegliere quali delle due vie seguire. La via del bene e della giustizia ("Asha") porterà alla felicità ("Ushta"), mentre la via del male apporterà infelicità, inimicizia e guerra. Sono legati alla dualità di bene e male anche i concetti di Paradiso, Inferno e giorno del giudizio. Dopo la morte (il cadavere, considerato impuro, veniva esposto in luoghi aperti e sopraelevati, chiamati “torri del Silenzio” (Daxma), dove l'avrebbero mangiato gli avvoltoi), l'anima della persona (l’unica che conta) attraversa un ponte ("Chinvato Peretu") sul quale le sue buone azioni sono pesate con quelle cattive. Il risultato decreta la destinazione dell'anima nel paradiso o nell'inferno. Quando alla fine dei giorni il male sarà definitivamente sconfitto, il cosmo verrà purificato in un bagno di metallo fuso e le anime dei peccatori saranno riscattate dall'inferno, per vivere in eterno, entro corpi incorruttibili, alla presenza di Ahura Mazda. Al termine della storia, emerge un nuovo salvatore, secondo una tradizione nato da una vergine impregnata dal seme di Zarathushtra depositato nelle acque del bacino Hamun-i-Hilmad (secondo un'altra versione, i salvatori saranno tre). Questo messia degli ultimi tempi apre la strada al giudizio universale al termine del quale i morti risorgono e la vita sulla Terra è «trasfigurata».

Ma nell'ambito religioso, il dualismo più famoso nell'antichità è stato indubbiamente il dualismo teologico della religione universale manichea che spiegava la compresenza di ordine e caos, bene e male nell'universo a partire dal conflitto tra il dio della luce (Ormuzd) e il dio delle tenebre (Ahriman), prevedendo come nello zoroastrismo, il finale riassorbimento delle tenebre da parte della luce.

Con tale nuova spiritualità interiore che combinava elementi di monoteismo e dualismo Zoroastro provocò una frattura nella credenze indo-iraniche arcaiche così come fece il Buddismo in India. D'altronde tra le due religioni vi sono molte affinità come la condotta di vita legata a valori etici e all’esperienza mistica basata sull’illuminazione interiore (misticismo areo, ovvero fondato sui rapporti tra luce, tenebre e conoscenze). Il simbolo dello zoroastrismo contemporaneo riprende l'altare-fuoco degli Achemenidi di 2500 anni fa, costituito da fiamme che escono da un vaso con 3 rigonfiamenti. Il triplo basamento rappresenta il Buon Pensiero (Humata), la Buona Parola (Hûkhta), e le Buone Azioni (Hvarshta). Le fiamme sono 6 e rappresentano i 6 principi vitali, i 6 arcangeli. Il fuoco nasce dalla Divina Ispirazione (Seraosha) e irraggia Luce Calore ed Energia (Atar).

Il fuoco è il simbolo centrale della religione zoroastriana (per questo a torto accusata, nella polemica musulmana, di «adorare» il fuoco), e ha un ruolo cruciale nella vita spirituale e liturgica. Il fuoco assume un ruolo di mediazione tra gli uomini e il mondo divino tale da renderlo di fatto un messaggero e quindi, si potrebbe dire, un “Angelo” sui generis, menzionato nell’Avesta come duta, termine vedico usato per indicare il dio del fuoco Agni, ambasciatore tra la terra e il cielo e responsabile della comunicazione tra il basso e l’alto che si genera nello scambio sacrificale delle offerte. Il fuoco concede doni e ‘soddisfazioni’ al pari del pensiero (mainyu-) di Ahura Mazda e anzi vi è un’identità tra il fuoco e il pensiero (Yasna 36.3) che lo avvicina a una dimensione noetica e meditativa e ne fa una sorta di frammento di energia celeste che può essere contemplata al pari di cielo luminoso.

manoscritto in persiano antico

Lo Zoroastrismo è una delle prime religione monoteista dualista, ripudiando ogni politeismo, per la presenza di Ahura Mazda come unico Dio e con la presenza di due Spiriti avversi che si combattono per la supremazia dell’universo. In merito alle sue sacre scritture, esse vengono spesso identificate con i termini Zand-Avesta, il primo per indicare l’interpretazione (da zan, conoscere) del testo originario tradotto successivamente in lingua pahlavi  (variante letteraria medio-persiana usata tra il 300 e 950 d.C. e con tale termine si intende, in genere, il complesso dei testi zoroastriani) e l’Avesta il testo originale scritto in una lingua simile a quella vedica. Il testo, nella sua prima redazione, tra il VI e il IV secolo a.C., è stato fissato dallo stesso protettore di Zoroastro, Vishtaspa e sembra fosse composto di 21 libri. Oltre alla tradizione scritta, che ha avuto una storia piuttosto travagliata specie nel periodo alessandrino, quando Alessandro Magno distrusse Persepoli e rovesciò il regno achemenide, e che sembra sia andata perduta nel III secolo a.C., il testo ci è giunto grazie anche alla tradizione orale trasmessa dalle scuole sacerdotali. Trattasi di un insieme di testi e frammenti eterogenei così suddivisi:

Yasna = 72 capitoli (hati) di venerazione e ufficio divino (con la preparazione e offerta della bevanda sacrificale Haoma), compresi i canti attribuiti a Zoroastro;

Wisprad (Vispered) = 24 brevi sezioni dedicate a formule liturgiche o invocazioni ai “patroni” (ratu) i geni delle diverse specie viventi (animati ed inanimati);

Xorda Avesta (Khordeh Avesta) = (piccolo Avesta) breviario per le preghiere quotidiane (niyayishn) rivolte agli yazata (venerabili, astri inclusi). Vi si trovano 101 Nomi o attributi dati ad Ahura Mazda che vengono proposti alla devozione dei fedeli;

Sih-rozag = Elenco dei venerabili yazata(s), le 30 entità semidivine (Angeli) degne di culto e collegate ai singoli giorni del mese e ordinate secondo il calendario mazdeo. Eccone alcuni: Aban – Ahurani – Airyaman – Akhshti - Anaghra Raocha - Apam Napat - aka Ahura Berezant - Aredvi Sura Anahita- Arshtat - Ashi Vanghuhi  - Asman - Atar - Chisti (o Chista)- etc. Più altri esseri spirituali come i Thwasha, personificazione dello spazio infinito e gli Zrvan Akarana, personificazione del tempo sconfinato.

Yasht = preghiera ed adorazione, 21 testi poetici o Inni dedicati ai vari yazata, tra cui alcuni molto antichi rifacendosi a miti e cosmologie poi sviluppatisi in pahlavi nei testi del Bundahishn o Zadspram. Gli Yasth, formano una importante raccolta di miti molto antichi, assorbiti nel mazdeismo e provenienti dal precedente politeismo dei popoli ariani.

Videvdad (Vendidad) =  ultima parte dell’Avesta, la ‘Legge contro i demoni’ per rinnegare i precedenti dei (daeva). Sorta di catechismo in cui lo stesso Ahura Mazda risponde alle domande di Zoroastro, come una codificazione del rituale e della legge che rispecchia i costumi attribuiti dallo storico greco Erodoto ai magi, una casta sacerdotale nata fra i medi.  Nel capitolo fargard, si parla del mito di Yima, l’uomo primigenio che secondo la tradizione mazdeista, durante il Diluvio costruì il palazzo 'Vara di Yima' al fine di proteggere tutte le creature (come Noè con la sua arca).

A questi testi si affiancano poi quelli tradotti in pahlavi risalenti al nono secolo d.C.  come il noto testo  “Baham Yasht” relativo all’estasi visionaria di Zoroastro.  L'ispirazione mistica gli venne quando, un giorno, presso il fiume Daitya (identificato con l'odierno Amu Darja) ricevette la rivelazione dall'angelo Vohu Manu ("Animo buono"). Nel testo si narra di Ohrmazd, il creatore dell’esistenza spirituale (menog) e di quella ossuta (getig) che dona a Zoroastro la sua onnisciente sapienza per 7 giorni e 7 notti sotto forma di acqua da bere. L’assunzione (xvar) tramite un calice di tale misterioso fluido (Yasna o sacrificio), in cui è celato il potere della visione, si ripete nel rituale descritto nel libro Arda Wiraz Namag (proprio del Zurvanismo) in cui al pio sacerdote Wiraz gli è ordinato di bere una pozione allucinogena (may ud mang) che gli permette di compiere in sogno un viaggio nell’aldilà, visitando inferi ed ascendendo al cielo in compagnia di un angelo. Il dio Ohrmazd è il gemello di Ahriman, entrambi figli del padre ”Tempo” Zurwan e come primogenito ad Ahriman spettò per primo lo scettro del mondo. In accordo col dualismo del Gatha con un Dio creatore al di sopra di due spiriti gemelli contrapposti (Spenta Mainyu e Angra Mainyu).  

 Il potente dio dell’ira Ahriman fu venerato e godette di un vero culto tra i seguaci del zoroastrismo, così come il dio solare Mithra le la dea madre Anahita lo erano per i persiani i cui Misteri (sacrifici) si diffusero anche nelle tradizioni occidentali. Già Plutarco parla di come si celebravano i cruenti sacrifici al temuto dio delle Tenebre Ahriman o Hades per placare le terribili e abominevoli forze del male. Nella metà del primo millennio a.C. l’influenza della astrologia babilonese, della religione astrale mesopotamica e della numerologia portarono ad un rovesciamento di valori. Il dualismo zoroastriano seguiva una concezione del tempo lineare e poneva al centro di tutto Ahura Mazda e quindi l’Uomo che ne è il simbolo terreno e corporeo in opposizione agli altri due Spiriti. Nel successivo dualismo iranico-babilonese (Zurvanismo, V-IV sec, a.C.) il tempo seguì una concezione ciclica (il Grande Anno della durata di 12.000 anni, suddiviso in 4 periodi di 3.000 anni ciascuno) e mentre si innalzava il Tempo (rappresentato da Zurwan) al di sopra di tutto, si degradava Ahura Mazda al rango di Spenta Mainyu, assoggettando così l‘Uomo e la sua anima all’onnipotenza del Tempo. Spetterà poi al Manicheismo riproporre anche in Iran, su nuove basi, una concezione dualistica anti-zurvanita.  Seguendo il credo del suo fondatore Mani, il Manicheismo, impermeato di disparati elementi zoroastriani, cristiani, buddhisti, mesopotamici ed ellenistici, per cercare di porre fine all’antagonismo delle due grandi religioni d’Oriente e d’Occidente, ripone l’Uomo al centro dell’opera di salvezza riscattando Ohrmazd quale Uomo primordiale e dio redentore. Secondo il dualismo manicheo, principale erede della dottrina Zoroastriana, il Bene, Luce o Gnosi ed il Male, Tenebre o Ignoranza, nascono insieme e seguono uno sviluppo dinamico in tre tempi. In quello antecedente esse sono separate, in quello attuale le Tenebre si sono mescolate con la Luce e in un tempo futuro si separeranno definitivamente (l’eschaton finale dell’ideologia manichea secondo la quale nella grande battaglia finale ‘artig wuzurg’ descritta nel Bundahisn, le armate infernali saranno sconfitte e debellate riportando la Luce). Per il fatto di essere incarnato, l’Uomo è preda delle Tenebre, sprofondato nell’ignoranza e imprigionato dalla Materia. Fin quando la sua Anima di origine celeste (particella di Luce) non si libererà completamente delle Tenebre (legami materiali), la Luce che è in lui dovrà trasmigrare in altri corpi prima di essere liberata e ritornare alla sua dimora paradisiaca. Le particelle di Luce sono racchiuse nel seme umano (sperma) e si trasfondono col coito di corpo in corpo, perpetuandone l’intrappolamento nell’universo materiale. In sintesi sono le essenze dei due “Spiriti” dello zoroastrismo poi definiti “princìpi”, “nature” o “radici” che a causa dell’ebgat sferrato da Spenta Mainyu si mescolano. Quindi la procreazione, secondo la gnosi manichea,  è un’astuzia diabolica introdotta dal Principe delle Tenebre per intrappolare la Luce ed il sesso uno strumento per soggiogare l’umanità.

La perenne lotta tra il Bene i il non-Bene (perché il male propriamente detto non esiste) su cui si basa la dottrina di Zoroastro, risale agli albori delle civiltà, nasce con l’uomo e la si ritrova in tutte le culture e tradizioni, mentre le successive religioni (specie quelle abramitiche, il Mitraismo, Manicheismo e Mandeismo) sono state contaminate dal pensiero zoroastriano che influenzò anche il mondo ellenistico e dell’antica Roma fino ad arrivare al cristianesimo. È opinione comune, per esempio, che i tre saggi che vennero dall'Impero persiano per portare doni a Gesù Cristo fossero Magi zoroastriani. Interessante notare, infine, come in molte tradizioni e feste cristiano-ortodosse si trovano delle corrispondenze con quelle di culto zoroastriano.

Ashem vohu vahishtem asti
Oshta asti, Oshta ahmai
Hyat ashai vahishtai ashem

(La giustizia-fare le cose giuste-è il nostro più bel dono , essa è gioia spirituale.
Felice è la persona che è giusta-che fa le cose giuste-per il solo motivo che sono giuste)

 

    

 

riferimenti: http://www.corsodireligione.it/religioni/; http://it.wikipedia.org/; http://it.encarta.msn.com/; Hera n.114

 

21 giugno 2009

BAMBINI ABBANDONATI

 
Breve storia dei Trovatelli
 
 
 
L’abbandono dei figli per miseria, per vergogna o per superstizione si perpetua dall’antichità fino ai giorni d’oggi.
Forse il più antico e noto bambino abbandonato è Mosè che a tre mesi fu posto in una cesta ed affidato alle correnti del Nilo in Egitto.
All’epoca, gli Ebrei permettevano l’abbandono o la vendita dei figli non voluti.  La cosa non cambia ai tempi dei Greci e dei Romani dove venne istituita la pratica della “esposizione” dei figli (ius exponendi), ovvero l’offerta della prole lasciata in una cesta in posti noti  per chi, per un motivo o un altro, li desiderasse. Per i piccoli era una opportunità di sopravvivenza e per i genitori un modo di sbarazzarsi di un bambino deforme, malato o di una bocca in più da sfamare. Mentre di solito i Greci esponevano prevalentemente figlie femmine, per i Romani il sesso era ininfluente e lasciavano i bambini nella piazza del mercato, accanto alla colonna “lactaria”, chiamata così perché si sperava che qualche madre di passaggio si fermasse impietosita per allattarli. Sebbene lo si faceva per miseria o pe sfuggire a a profezie di sventura, anche le classi più elevate abbandonavano un neonato per nascondere il frutto di un tradimento o spesso per non spartire il patrimonio.
Tra i Romani era legale vendere i figli almeno fino all’età imperiale, quando fu istituita una multa per chi lo faceva, mentre i fanciulli venduti o abbandonati alimentavano il mercato degli schiavi, delle prostitute, degli eunuchi o dei gladiatori.
 
 
Daltronde anche l’Olimpo era pieno di figli lasciati, a partire dalla madre Rea che fu costretta ad allontanare i propri figli Zeus e Poseidone per evitare che il titano Crono li uccidesse. Poi, Edipo, Paride e i più noti Romolo e Remo fondatori di Roma.
Con l’avvento del Cristianesimo ed almeno fino al IV secolo le cose non cambiarono di molto. Cambiarono solo i posti dell’ abbandono dando la preferenza a chiese e monasteri, mentre la vita dei fanciulli peggiorò perfino. Infatti, nel 331 l’imperatore Costantino ordinò che i figli abbandonati non potessero più essere reclamati dai legittimi genitori e che quindi, perdendo ogni diritto e status, potevano diventare schiavi. Nell’antica Roma, invece, i genitori potevano in qualsiasi momento riprendersi i pargoli semmai risarcendo l’eventuale famiglia adottiva.
Sempre Costantino, alcuni anni dopo, stanziò dei fondi per le famiglie più bisognose e introdusse la pena di morte per chi si macchiava di infanticidio mentre, solo nel 534 ad opera di Giustiniano, l’abbandono fu equiparato all’infanticidio.
Nonostante le vendite avvenivano di nascosto, cominciarono ad apparire i primi brefotrofi per l’infanzia abbandonata ed in Italia si ha notizia del primo a Milano nel 787 ad opera dell’arciprete Dateo istituito con lo scopo di evitare la morte ai bambini non battezzati, abbandonati per adulterio o fornicazione.  Successivamente, divenne anche lecito donare (oblare) per sempre la prole indesiderata ad un monastero, gratuitamente per le famiglie povere e col pagamento di un obolo per quelle ricche. Tale opportunità era conveniente sia per le famiglie che protetti dalle preghiere dell’oblato evitavano di crescerlo o di dividere il patrimonio e sia per i bambini che erano sistemati a vita e ben accettati dalla società.
 
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Durante il medioevo, nei monasteri i bambini venivano istruiti ed allevati per bene e, nonostante la disciplina severa, potevano perfino aspirare a posizioni sociali alle quali non avrebbero mai potuto ambire. Ovviamente, la spartana vita monastica non andava bene a tutti o a chi non aveva una vera vocazione e così nel XIII sec.  papa Gregorio IX stabilì che per gli oblati i voti potessero essere presi solo a 12 anni per le ragazze e a 14 per i ragazzi, mentre coloro che rinunciavano potevano andar via. Questo, però, era un rischio per le famiglie ricche e, pertanto, dopo l’anno 1000 una apposita legge garantì al solo primogenito il diritto all’eredità. Dal momento che nei monasteri, oltre alla teologia, si insegnava anche giurisprudenza, molti oblati avevano l’opportunità di diventare, quando adulti, notai, che era una carriera molto remunerata.
Non molto entusiasti ad allevare ragazzi che avrebbero poi lasciato la vita religiosa, gli ecclesiastici cominciarono a rifiutare oblati maschi ed accettare solo figlie femmine. Ma bambini illegittimi, malati, rifiutati o figli di religiosi continuarono ad essere abbandonati complici, nel frattempo, anche guerre ed epidemie, come quelle degli anni trecento e quattrocento.
 
Balie con degli esposti
 
Così, ritornò in auge l’utilizzo dei “trovatelli” come servi da parte di famiglie meno abbienti e nel contempo, l’ospitalità da parte di ospedali ed apposite strutture, sovvenzionate dalla generosità delle persone ricche. Sono noti molti oblati che fecero carriera e divennero famosi, tra questi Tommaso d’Aquino che a 5 anni fu inviato nell’abazia di Montecassino; il filosofo Jean-Baptiste d’Alembert abbandonato dalla madre a Parigi in quando figlio illegittimo; Edoardo Bainchi, il fondatore della nota fabbrica di biciclette; Angelo Rizzoli, fondatore dell’omonima casa editrice; Leonardo Del Vecchio, patron dell’azienda Luxottica; mentre Jean Jacques Rousseau lasciò nella ruota tutti i suoi 5 figli senza nemmeno annotare la loro data di nascita.
Alla fine del medioevo, considerato l’alto numero di bambini abbandonati, cominciarono ad apparire i primi istituti, come lo “Spedale degli Innocenti” di Firenze. Divenne nota la “rota degli esposti” fatta girare ogni volta che un neonato veniva depositato dall’esterno al suono di un campanello che avvisava la presenza del nuovo arrivato.
 
La ruota allo Spedale degli Innocenti di Firenze
 
Appena arrivati, i bambini venivano battezzati, specie se erano stati lasciati con del sale grosso sul collo ad indicare il bisogno del sacramento, e chi riusciva a sopravvivere raggiungendo l’età adulta veniva mandato a lavorare come apprendista se maschio o fatta sposare dalle autorità istituzionali se femmina. La maggior parte dei trovatelli non aveva nome e così era incarico dell’istituto affibbiarne uno. Nacquero col tempo cognomi molto diffusi come quello di “Innocenti o Degli Innocenti” a Firenze, “Colombo o Colombini” a Milano, “Proietti” a Roma, “Esposito” in Campania, ma ancora altri come “Casadei, Dioguardi, Diotallevi, Del Signore, Ignoto, Incerto, Eco, ecc. 
Nonostante il tasso di mortalità era molto alto, queste strutture nate più precocemente in Italia si diffusero poi in tutta l’Europa.
Nel 700 il numero di bambini abbandonati era così alto che gli amministratori degli istituti non riuscivano più a far fronte alle spese. Nell’800 si contavano circa 1300 istituti con una media di 40 mila esposti all’anno. Ritenendo che la maggiore responsabilità del fenomeno fosse dovuta alle ruote che garantivano l’anonimità dell’abbandono, si cominciò lentamente ad abolirle anche se ufficialmente, solo dopo il 1865, il governo Mussolini ne decretò la loro soppressione.
 
Bambini addormentati in Mulberry Street, Jacob Riis (1890)
 
Attualmente, la legge italiana riconosce alle partorienti l’anonimato in caso di parto negli ospedali con conseguente abbandono del neonato,
mentre in alcuni ospedali od istituti sono state istallate delle culle salvavita, alla stesa stregua delle precedenti ruote meccaniche. Un esempio è quella presente preso il policlinico Casilino a Roma dove, fortunatamente, dal 2006 ad oggi è stato lasciato un solo trovatello di 4 mesi.
 
 
 

10 maggio 2009

IL RAGAZZO SELVAGGIO

 
L’enfant sauvage
 
 
Nel 1798 in una regione del sud della Francia (Aveyron) alcuni contadini fecero una scoperta sensazionale.
Nei boschi circostanti, infatti, si aggirava un ragazzo selvaggio che non aveva mai avuto contatti con la società civile. Viveva completamente nudo anche in inverno, si arrampicava agilmente sugli alberi, mangiava ghiande e radici, emetteva strani grugniti e si muoveva con braccia e gambe come le scimmie. Probabilmente era stato abbandonato in tenera età ma era riuscito a sopravvivere e a crescere da solo.

Il ragazzo fu catturato  e la notizia arrivò fino a Parigi dove medici e scienziati si appassionarono al caso.
Così, il ragazzo fu portato a Parigi dove una folla di curiosi era ad attenderlo, rimanendo però delusi quando si accorsero di avere a che fare con un ragazzino di 11-12 anni sporco, che ringhiava e tentava di mordere chiunque lo avvicinasse. Il parere del più insigne luminare dell’epoca non lasciava speranze sul possibile recupero del soggetto. Infatti, secondo il dr. Philipe Pinel (1745 - 1826), uno dei padri della moderna psichiatria, era affetto da demenza ed idiotismo ed andava solo rinchiuso in un manicomio insieme agli altri malati mentali.
Ma un giovane medico di 26 anni ebbe il coraggio di opporsi alla diagnosi del collega, si trattava di Jean Itard che insegnava all’Istituto Nazionale Sordomuti a Batignolles, un villaggio alla periferia di Parigi.
Lui era convinto che il ragazzo non era un ritardato ed il suo comportamento non dipendeva da disturbi mentali ma, solo dal fatto di essere vissuto in isolamento. Si offrì, così, di prendere il ragazzo con sé insieme alla sua governante madame Guerin per intraprendere un lungo percorso di rieducazione e riabilitazione.
 
Il ragazzo fu chiamato Victor perché sembrava più sensibile ai richiami contenenti la vocale “o” e per 5 anni Itard cercò di combattere l’autismo del ragazzo. Gli insegnò a camminare eretto, a vestirsi, a mangiare con le posate, a dormire nel letto, a giocare e a suscitargli altri interessi che non fossero solo il mangiare e il dormire.
Victor non soffriva il caldo o il freddo riuscendo a rotolarsi nudo sulla neve o nell’acqua, camminava senza problemi scalzo e riusciva a mangiare avidamente cibo caldo senza scottarsi. Itard cercò anche, senza successo, di insegnarli a parlare. Col passar del tempo e con la scarsità dei progressi Itard si stancò e nel 1806 prese l’unica decisione possibile, rinunciare.
 
Oggi sappiamo che i suoi meritevoli tentativi non potevano avere successo perché lo sviluppo di alcune funzioni del cervello, come quelle che presiedono all’uso del linguaggio, può avvenire solo col contatto di altri uomini e, principalmente, nei primi anni di vita. Il suo lavoro, però, non è stato inutile perché i metodi sperimentali da lui usati in modo empirico, sono ancora oggi alla base dei più moderni programmi di recupero e riabilitazione di portatori di handicap mentale. 
Con l’interruzione del programma di Itard le notizie sul resto della vita di Victor si fanno più rare.
Si sa, comunque che visse fino a 41 anni nella dependance per sordomuti in cui Itard insegnava accudito da Guerin e che avesse sperimentato ed imparato cosa voleva dire condividere l’esistenza con altri esseri umani.
 
La storia è stata dettagliatamente ricostruita da  François Truffaut nel 1969 col film intitolato “L’enfant sauvage” (Il ragazzo selvaggio).
 
 
 
 
 

30 aprile 2009

SONDERKOMMANDO

 
SHOAH
 
 
 
Nonostante libri di storia, documentari, testimonianze e centinaia di pagine di internet da sempre parlano delle brutture dell’ultima grande guerra e dell’olocausto in particolare, nel mondo guerre e piccoli olocausti continuano a perpetrarsi, spesso alimentati da alcune nazioni o passati inosservati.
Giorni fa leggevo che nelle precedenti settimane sono morti, nel mondo in guerra, circa 2.712 persone e 13.000 dall’inizio del 2009.
Eppure siamo o sosteniamo di essere in un mondo civile!  
 
Ecco un elenco dei più noti e recenti conflitti nel mondo:
Aceh
Afghanistan
Algeria
Burundi
Cecenia
Colombia
Congo R.D.
Costa d'Avorio
Eritrea-Etiopia
Filippine
Haiti
Iraq
Israele-Palestina
Kashmir
Kurdistan
Liberia
Nepal
Nigeria
Rep. Centrafricana
Somalia
Sri Lanka
Sudan
Uganda
 
Trattandosi di dati trovati in rete non posso garantirne la veridicità, ma allego ugualmente questi altri dati:
 
1948 Guerra civile in Myanmar Myanmar Numero di vittime oltre 30,000
1964 Guerra civile in Colombia Colombia Numero di vittime oltre 300,000
1967 Conflitti arabo-israeliani (compresa l’Intifada) Palestina e Israele Numero di vittime circa 108,000
1969 Insurrezione comunista nelle Filippine Filippine Numero di vittime circa 40,000
1969 Insurrezione islamica nelle Filippine (inclusa l’Operazione Enduring Freedom) Bangsamoro, Mindanao Numero di vittime 120.000/160.000
1975 Persecuzione della minoranza Hmong Laos Numero di vittime 2.000 - 3.000
1980 Guerriglia di ispirazione maoista in Perù Peru Numero di vittime 69.280
1983 Insurrezione indipendentista Tamil in Sri Lanka Sri Lanka Numero di vittime ~70.000
1984 Insurrezione indipendentista in Kurdistan Regione orientale della Turchia, cosiddetto Kurdistan Numero di vittime sconosciuto
1984 Movimento per la Liberazione di Papua Nuova Guinea Occidentale Numero di vittime ~100.000 (dal 1963)
1987 Seconda Guerra Civile in Uganda Uganda Numero di vittime ~12.000
1988 Guerra Civile in Somalia Somalia Numero di vittime sconosciuto
1989 Conflitto Indo-Pakistano sul Kashmir Kashmir Numero di vittime sconosciuto
1990 Insurrezione separatista in Casamance Casamance, Senegal Numero di vittime sconosciuto
1992 Conflitto del delta del Niger Nigeria Numero di vittime sconosciuto
1993 Rivolte autonomiste nelle province orientali dell’India Assam, Tripura, Nagaland Numero di vittime sconosciuto
1999 Seconda Guerra Cecena Cecenia, Russia Numero di vittime 75.000 civili
2001 Guerra in Afghanistan Afghanistan Numero divittime 10.000/20.000 militari - Numero di vittime 7.300-14.000 civili(cifre molto controverse)
2003 Guerra in Iraq Iraq Numero di vittime ~151,000
2003 Insurrezione in Arabia Saudita Arabia Saudita Numero di vittime 273
2003 Conflitto del Darfur Darfur, Sudan Numero di vittime 200.000 - 400.000
2004 Insurrezione autonomista in Belucistan Belucistan, Pakistan Numero di vittime sconosciuto
2004 Conflitto ideologico in Waziristan Waziristan, Pakistan Numero di vittime 2.600 - 7.100
2004 Insurrezione in Thailandia meridionale Pattani, Thailandia Numero di vittime ~2.500
2004 Insurrezione maoista in India Certain parts of India Numero di vittime sconosciuto
2005 Guerra in Ciad Ciad Numero di vittime ~1.400
2006 Guerra della droga in Messico Messico Numero di vittime ~2.700
2006 Guerra civile nella striscia di Gaza Striscia di Gaza, Palestina Numero di vittime 265
2007 Seconda Rivolta Tuareg Niger e Mali Numero di vittime 56
2007 Conflitto in Ogaden Ogaden, Ethiopia Numero di vittime 614
2008 Guerra in Ossezia del Sud Ossezia del Sud, Georgia, Russia Numero di vittime oltre 2000.
 
Scusate se è poco e passo all’argomento del post letto su Focus Storia di gennaio.
 
Erano in genere giovani ebrei tra i 18 ed i 25 anni che, arrivati nel campo di concentramento di Auschwitz, venivano selezionati dai tedeschi per diventare membri del Sonderkommando, ovvero la squadra speciale addetta al “trattamento” dei cadaveri dei lager nazisti.
Definiti i “corvi neri del crematorio” da Primo Levi, furono bollati, agli inizi, col marchio di infamia per aver collaborato allo sterminio, anche perché i casi di rifiuto e di ribellione non ne furono molti.
Dopo essere stati rasati, tatuati, frustati e maltrattati venivano condotti ai forni crematori.
Il lavoro di tali squadre speciali consisteva nel prelevare i cadaveri (in particolare quelli provenienti dalle vicine camere a gas) di portarli ai forni e dopo la cremazione provvedere alla rimozione delle ceneri, in una specie di catena di montaggio senza fine.
Si stima che nel solo lager di Auschwitz, tra il 1940 ed il 1944, morirono oltre 1 milione di persone tra uomini donne e bambini. 
Le squadre dei sonderkommando dovevano anche provvedere a rimuovere eventuali protesi d’oro, tagliare i capelli alle salme delle donne e prelevare il grasso umano prodotto dai corpi che bruciavano che, convogliato in una apposita buca, serviva poi da combustibile.
Separati dagli altri prigionieri, ai membri del sonderkommando ne era vietato qualsiasi contatto, anche se erano trattati meglio degli altri.
I nuovi arrivati rimanevano sconvolti da quello che vedevano e che dovevano portare a termine e molti non erano neanche in grado, nei primi giorni, di mangiare.
Come un sopravvissuto a tale terribile esperienza ha raccontato :
“… l’odore ci rimaneva sulle mani, addosso, ci sentivamo insudiciati dalla morte. Poi, col passar dei mesi, si imparava, ci si abituava a tutto”.
 
Nonostante avessero collaborato all’azione di sterminio i crematori non sfuggivano alla morte: le SS non potevano permettere a nessuno di loro di sopravvivere per raccontare ciò che avevano visto! Pertanto, ogni 3–4 mesi, gli addetti venivano uccisi e sostituti dai nuovi arrivati che, dopo un breve rito di iniziazione, dovevano, ovviamente, eliminare anche i corpi dei loro predecessori.
Probabilmente, alla fine della guerra, solo pochi membri sopravvissero.
Indubbiamente, essi vissero un dramma che distrusse la loro dignità di esseri umani! 
 
Le sconvolgenti testimonianze e le barbare immagini rimangono monito per i posteri!
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


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7 aprile 2009

IL RITORNO DI GESU’ A GERUSALEMME

 
LA DOMENICA DELLE PALME
 
 
Di Gesù si conosce poco, in particolare modo per quanto concerne l’uomo e la Sua vita prima che diventasse il Messia.
Non essendo stato un re o un imperatore, non eresse palazzi o monumenti e quindi di Lui non rimangono tracce dirette se non quelle lasciate da altri o dai suoi seguaci.
Di sicuro è che il Suo vero nome era Joshua ben-Joseph e che nacque circa 6-7 anni prima di quanto credevamo e su cui è basato il nostro calendario (oggi dovremmo essere nel 2001 o 2002!)
Suo padre Giuseppe era un carpentiere (non un falegname) che aveva altri figli (2 femmine e 4 maschi) oltre Gesù, tra cui Giacomo, Simone, Giuda e Giuseppe. Nonostante questi siano citati sia dai Vangeli che da altri scritti del Nuovo Testamento, la Chiesa ha sempre contrastato tale fatto ipotizzando si trattasse di fratellastri o di parenti stretti, probabilmente anche per non creare dubbi sul dogma di fede relativo alla perpetua verginità di Maria.
Dal momento che la famiglia di Gesù non era né povera né di “bassa” estrazione sociale (Giuseppe era discendente del re Davide mentre Maria aveva parenti autorevoli), probabilmente Gesù lasciò la propria casa solo per seguire gli istinti o per fare un “ritiro” tra gli Esseni, ascetica setta giudaica che aveva monasteri nel deserto e che difendeva i valori ebraici tradizionali contro gli influssi ellenistici e romani. Tale ipotesi trova concreti riscontri su alcuni riti e regole seguite da Gesù e anche dal suo maestro e cugino Giovanni Battista, che rientravano, appunto, tra quelle della comunità degli Esseni (battesimo, digiuno iniziatico, benedizione del pane e del vino, il silenzio in caso di interrogatori, ecc.)
Per qualcuno Joshua era un “eversivo” o un “ribelle” che ce l’aveva con Sadducei, Farisei, Romani e aristocratici così come lo erano i nostri giovani garibaldini, quelli del sessantotto o gli hippy che protestarono contro regole e istituzioni…. scusate il paragone!
 
[Jan Vermeer, Cristo in casa di Marta e Maria, Edimburgo, National Gallery of Scotland]

Sta di fatto che anche durante la Sua vita itinerante e di predicatore Egli utilizzò delle regole tutte Sue, per così dire modernizzate ed innovative che erano diverse da quelle “integralistiche” degli Esseni, del mondo giudaico e dello stesso Giovanni.
Joshua, infatti, non disdegnava fare banchetti, frequentare persone di indubbia fama, avere donne nel suo gruppo, far penitenza in modi diversi o porre attenzioni alla cura del corpo. D'altronde, furono proprio le donne ad aiutarLo spesso, anche economicamente nella sua missione.
 
Quando Egli ritornò in groppa ad un asino a Gerusalemme, di domenica, ebbe un accoglienza trionfale da parte del popolo e questo gli diede forza e l’input per esporsi di più e dire apertamente cosa pensasse dei Farisei, inimicandosi ancora di più l’establishment locale.
Per tale motivo, quella fu la Sua ultima domenica prima della crocefissione.
 
Con la “Domenica delle palme” la Chiesa ricorda proprio tale ritorno, quando la folla, radunata dalle voci dell’arrivo di Gesù, stese a terra i mantelli, mentre altri tagliavano rami dagli alberi di ulivo e di palma, abbondanti nella regione, agitandoli festosamente per renderGli onore.
La Domenica delle palme è celebrata la domenica precedente alla festività della Pasqua e con essa ha inizio la settimana santa, durante la quale, il giovedì, termina la Quaresima, iniziata 40 giorni prima.
Nella forma ordinaria del rito romano essa è detta anche domenica De Passione Domini (della Passione del Signore), mentre nella forma straordinaria tale domenica si celebra una settimana prima, perciò la Domenica delle Palme è detta anche Seconda Domenica di Passione.
 
[Battesimo di Gesù, mosaico del VI sec. Battistero Ariano, Ravenna]
 
Questa festività non è osservata solo dai Cattolici, ma anche dagli Ortodossi e dai Protestanti.
Nel vangelo di Giovanni (12,12-15) si narra che la popolazione abbia usato solo rami di palma che sono simbolo di trionfo, acclamazione e regalità e pare che i rami di ulivo siano stati introdotti successivamente nella tradizione popolare, a causa della scarsità di piante di palma presenti, specialmente in Italia. Nelle zone in cui non cresce l'ulivo, come l'Europa Settentrionale i rametti sono sostituiti, invece, da fiori e foglie intrecciate.
Generalmente i fedeli portano a casa i rametti di ulivo e di palma benedetti, per conservarli quali simbolo di pace, scambiandone parte con parenti ed amici. In alcune regioni, si usa che il capofamiglia utilizzi un rametto, intinto nell’acqua benedetta durante la veglia pasquale, per benedire la tavola imbandita nel giorno di Pasqua

BUONA PASQUA A TUTTI VOI

 
riferimenti: wikipedia
 
 

27 gennaio 2009

IL MITO MADDALENA

 
MARIA DI MAGDALA

Santa Maria Maddalena di Carlo Dolci, 1660-70
 
Nella Bibbia si legge che fu guarita e liberata da Gesù dai “sette demoni” e, probabilmente, per questo motivo è stata ritenuta una prostituta, ma da sempre è menzionata come una discepola che insieme ad altre ha assistito Gesù e gli Apostoli, mentre secondo alcuni è anche considerata la moglie di Gesù divenendo così la Santa più chiacchierata della storia cristiana.
Nel Nuovo Testamento si legge che la mecenate Maria di Magdala (attributo derivato dalla omonima località sul lago di Tiberiade, poi trasformato in Maddalena) fu la prima a vedere Gesù dopo la crocifissione, ma non vi è alcun riferimento al suo presunto passato di prostituta, dei suoi legami amorosi o dei suoi figli (ovvero la stirpe di Gesù nota come Sang Réal o Santo Graal).
 
« Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. » (Giovanni 19,25)
 
 
Penitent Mary Magdalene by Francesco Hayez, 1825
 
 
E’ questo il controverso argomento del famoso romanzo “Il codice da Vinci” di Dan Brown sebbene del suo legame con il figlio di Dio se ne è parlato anche in passato da quando furono scoperti gli antichi manoscritti di “Nag Hammadi”, ritrovati nel 1945 in Egitto.
Qui la Maddalena è menzionata come la consorte di Gesù ed in particolare nei discussi “Vangeli di Filippo” (IV sec. d.C.) ritenuti apocrifi dalla Chiesa.
Gli equivoci aumentano anche perché i Vangeli parlano di un’altra Maria detta di Betania che insieme alla sorella Marta ed il fratello Lazzaro furono una famiglia molto vicina a Gesù.
 Costei lo aiuta amorevolmente in varie occasioni a tal punto che le due Marie sono spesso confuse tra loro. Si aggiunga, infine, la non identificata “peccatrice”, di cui si parla nei “Vangeli di Luca”, che lavò i piedi a Gesù asciugandoli con i propri capelli. Ecco perché per molti anni, in passato, pittori e scultori hanno raffigurato la Santa sia come Maria di Betania, con unguenti in mano, che come la donna “peccatrice” poi redenta.
 
Durante il Medioevo il frate domenicano Jacopo da Varazza (Giacomo da Varagine), vescovo di Genova, parla di Maria nella sua “Legenda Aurea” (Legenda sanctorum, 1252 -1265) che ottenne molta influenza sulla letteratura religiosa e servì come importante fonte iconografica per numerosi artisti. Tuttora sopravvivono più di 1400 manoscritti, a testimonianza della sua grande importanza e della sua enorme diffusione.
Egli afferma che Maria era di origini nobili, figlia di Siro e Eucaria nonché proprietaria di castelli. Promessa sposa di Giovanni, futuro santo, rimase nubile perché questi l’abbandonò per fare l’Apostolo e per questo, delusa, lei si diede ad una vita dissoluta e licenziosa che terminò solo quando incontrò Gesù.
Dopo la morte di quest’ultimo, assieme al figlio avuto da Lui, fu costretta ad imbarcarsi con la sorella ed il fratello, insieme ad altri cristiani, su una nave lasciata in balia delle acque. L’imbarcazione arrivò in Provenza (Francia meridionale) dove il gruppo sostò a Ratis (oggi Les-Saint-Maries-de-la-Mer) per poi raggiungere le città di Tarascona, Aix-en-Provence e Marsiglia, dove predicarono il credo cristiano.
Dalla loro discendenza, secondo anche altri, sarebbe nato la dinastia dei Merovingi ed il Priorato di Sion, ovvero gli eredi diretti di Gesù.  Maria fece perfino dei miracoli e si ritirò poi eremita in una caverna dove morì nel 63 e dove sono conservate ancora delle ossa.
 
Sebbene Chiesa cattolica, Chiesa ortodossa, e la maggioranza delle Chiese evangeliche credono fermamente che Gesù sia vissuto celibe per tutta la vita, alcuni storici ritengono, invece, che egli dovesse essere sposato, come era costume per gli ebrei del suo tempo. Infatti, era molto raro per gli Ebrei maschi del tempo di Gesù essere celibi, poiché il fatto poteva essere considerato come una trasgressione del primo “mitzvah” (comandamento divino).
I vangeli canonici non parlano esplicitamente né del celibato né di un matrimonio di Gesù e tale silenzio viene interpretato in modi opposti. Da un lato infatti se Gesù fosse stato sposato gli evangelisti non avrebbero avuto nessun motivo per tacere la presenza di una moglie e appare dunque strana l'assenza di ogni riferimento. D'altro canto il suo celibato, trattandosi di una situazione non comune, avrebbe dovuto essere menzionato e spiegato. Da notare che tuttavia questa spiegazione manca nel caso di san Giovanni Battista o di san Paolo.
 
Di quanto detto da Jacopo non vi nono prove sebbene questa tesi la si trova anche nel best seller “Il santo Graal” di Baigent, Leigh e Lincoln, un libro del 1982 che ha dato lo spunto a moltissimi altri testi sulla "linea di sangue del Graal", ma sta di fatto che il Cristianesimo  si radicò molto presto nel sud della Francia mentre in Provenza è molto sentito il culto della Maddalena. Sempre nel Medioevo Maria di Magdala era molto venerata dai due ordini monastici dei Cistercensi e dei Templari cui è dovuta la chiesa di chiesa di Santa Maddalena a Rennes-le-Château.
Anche in questo caso nulla è certo o comprovato a parte la persecuzione dei Templari che avvenne anni dopo e dovuta per eliminare dei testimoni scomodi (pe la conoscenza sul Sang réal) o per impossessarsi dei loro enormi tesori raccolti durante le razzie.
 
Solo dopo il Concilio Vaticano II del 1962 il mondo cattolico ritenne opportuno chiarire che in merito alle Marie si tratta di tre persone differenti.
 
Ma dubbi e incertezze rimangono ancora oggi anche se basterebbe un esame al carbonio-14 per togliere almeno i dubbi sulle ossa trovate nella grotta di Saint-Maximin-la-Sainte-Baume, ma probabilmente nessuno ha interesse a far luce sui fatti per dare a Maria la sua identità di vera donna, Chiesa in primis.
 
 
 
riferimenti: Wikipedia; Focus Storia
 
 

20 gennaio 2009

LA FESTA DEL RISVEGLIO

 
IMBOLC
CANDELORA
(Oimelc, Candlemas, Brigid's Feast, Womeoluc, Groundhog's Day)
A Pasca Epifania
tutt'e ffeste vanno via.
Risponne 'a Cannelora:
No, ce stongo io ancora
 
Nel neopaganesimo Imbolc è uno degli otto sabbat che si celebra il primo Febbraio.
Nelle tradizioni celtiche il 1° febbraio era dedicato alla suprema divinità del fuoco e delle guarigioni Brigit (Bride o Brigantia, la corrispondente Athena-Minerva per i Romani) signora del Fuoco Purificatore e sposa di Bres.
Il fuoco di Brigit e l’acqua (simbolismo esoterico dell’unione del Fuoco con l’Acqua) del dio delle Fonti e delle Sorgenti Elcmar (conosciuto anche come Nechtan sposo di Boinn, una delle due sorelle * di Bride) producono uniti la Sorgente della Giovinezza.
Nella cultura celtica, nei pressi di Segais, v’era una fonte di Elcmar capace di dare giovinezza e verginità a chi ne fosse degno.
 
      
Raffigurazioni della trina Bride *
 
Per afferrare appieno l'importanza di Imbolc è necessario da ricordare la lotta di vita-e-morte rappresentata dall’inverno in tutte antiche società agrarie. La neve, il freddo ed il ghiaccio, in un mondo illuminato soltanto dal fuoco di questa stagione, tenevano la popolazione in una situazione di pericolo costante, che si scioglieva solo con l'arrivo della primavera. Anche se l'equinozio non arriva fino al 21 marzo e la primavera viene celebrata con Oestara e Beltane, Imbolc è il momento di svolta e l'indicazione che i tempi migliori stanno arrivando.
Imbolc (o anche Oimec) è l'antica festa irlandese del culmine dell'inverno, che cadeva tradizionalmente il 1° febbraio, sebbene la celebrazione iniziava al tramonto del giorno precedente, in quanto il calendario celtico faceva iniziare il giorno appunto dal tramonto del sole. Il termine Imbolc in irlandese significa "in grembo", in riferimento alla gravidanza delle pecore, così come Oimelc sta per "latte ovino", a indicare che in origine si trattava di una festa legata alle pecore da latte. In questo periodo venivano, infatti, alla luce gli agnellini e la festività celebrava la luce, che si rifletteva nell'allungamento della durata del giorno e nella speranza per l'arrivo della primavera. Era tradizione celebrare la festa accendendo fuchi e candele. In epoca cristiana la festa di Imbolc venne equiparata alla Candelora (Presentazione del Signore). La parola Candelora deriva dal latino festum candelarum e va messa in relazione con l'usanza di benedire le candele, prima di accenderle e portarle in processione.
Poiché la festa pagana era sotto gli auspici della dea Brígit ed essendo molto radicata ed importante, la chiesa cattolica, come solito, la trasformò nella ricorrenza di Santa Brigida (Santa Brigitta di Kildare).
Il nome celtico di Imbolc indica, pertanto, il risveglio della natura che l’avvicinarsi della Primavera naturalmente induce ed è evidente con la comparsa dei primi germogli, che escono dal ventre della Madre Terra, e con il risveglio degli animali.
Dal momento che l’Anno Magico segue i ritmi delle stagioni, è normale che tutti coloro che sono interessati possono preparasi al “risveglio” per scrollarsi di dosso le “impurità” dell’inverno. Il risveglio cui accenno riguarda, ovviamente, quello a livello spirituale che si ripercuote positivamente anche a livello fisico e mentale. Tale purificazione è presente nella tradizione orientale (il Brahama legato al prana), nei riti di iniziazione sciamanica (come i Sacri Inipi), oppure nei riti cerimoniali di molti ordini iniziatici (Golden Dawn, Massoneria, ecc.)
 
Col festival di Imbolc, purificarsi significa rimuovere il dolore associato ai ricordi o esperienze (senza necessariamente eliminarli) a livello inconscio (l’inconscio lunare) per cambiare gli schemi di comportamento che da esso sono dipesi. L’uomo tende ad essere ripetitivo a compiere nella propria vita sempre gli stessi errori. Come il primitivo che davanti al fuoco fugge senza imparare a maneggiarlo (ottenendone benefici), altrettanto l’uomo moderno di fronte a situazioni simili a quelle che gli hanno provocato un “dolore”, tende a mettere in gioco comportamenti egoistici o rinunciatari che limitano e condizionano il suo agire ed i suoi pensieri.
 
Per questo il simbolo esoterico di Imbolc è proprio la Fonte, ovvero l’acqua pura che sgorga dalle profondità della terra per riportare rinnovamento, purificazione e salute. Esso è rappresentato dal colore bianco e coincide con il grado zero dello zodiaco (Sole a 15° dall’Acquario).

Nella simbologia ermetica l’Inconscio è sempre contrapposto alla Coscienza dal momento che il primo è misterioso e complesso, mentre il secondo ci è noto e ci si identifica. Secondo la scienza esoterica bisogna conoscere se stessi perché l’evoluzione spirituale avviene proprio grazie alla capacità di conoscere e manipolare il proprio Inconscio. Come sappiamo l’inconscio ha duplice natura lunare e solare, pur costituendo un tutt’uno, che si sdoppia sia nella tradizione orientale, come vuole la filosofia Yoga, che in quella occidentale, come è rappresentato dai due serpenti gemelli che formano il Caduceo di Ermete. Come ogni aspetto della vita terrena (solo il divino è “trino” *), anche l’inconscio è dunque duale con una parte solare, maschile e attiva e l’altra femminile, lunare e passiva. Nell’iconografia ermetica l’ Inconscio lunare è rappresentato dal Serpente (senza ali) che si oppone all’Aquila (Inconscio solare) che rappresenta la ragione e la Coscienza. Il Serpente è il giaguaro che dorme nelle acque profonde e buie: è la notte, la luna o la parte sinistra di Kundalini. Invece, la componente maschile dell’Inconscio è solare, la parte razionale del nostro comportamento, è il serpente alare dell’iconografia o il Pingala di Kundalini. 

Durante la fase di nigredo (festival di Samahin e Yula) a livello alchemico, le acque assumono un aspetto torbido e nero sebbene più liquide. Sequendo il cammino esoterico, con Imbolc si è esattamente a metà strada tra il Solstizio di inverno e l’Equinozio di Primavera, periodo in cui la luce prende il sopravvento sul buio e le giornate diventano lunghe. Con Imbolc bisogna purificare l’Aura o il Corpo Astrale per arrivare a quella purezza richiesta dalla fase di albedo. Per tale purificazione occorre quindi, una discesa nel proprio io più profondo, lungo le spire di Kundalini, o nel VITRIOL come dicevano gli alchimisti di un tempo (Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem).
 
 Antiche Tradizioni 
 
La celebrazione di Imbolc era per i Celti un festival femminile. Le donne celebravano la funzione di vergine della Dea Brigid. Nelle Isole Ebridi (che forse devono il loro nome proprio a Bride) le donne dei villaggi si radunano insieme e fabbricano un'immagine dell'antica Dea, la vestono di bianco e pongono un cristallo sulla posizione del cuore. In Scozia, la vigilia di Santa Bridget, le donne vestono un fascio di spighe di avena con abiti femminili e la depongono in una cesta, il "letto di Brid", con a fianco un bastone di forma fallica. Poi esse gridano tre volte: "Brid è venuta, Brid è benvenuta!", indi lasciano bruciare torce e candele vicino al "letto" tutta la notte. Se la mattina dopo trovano l'impronta del bastone nelle ceneri del focolare, ne traggono un presagio di prosperità per l'anno a venire. Il significato di questa usanza è chiaro: le donne preparano un luogo per accogliere la Dea e invitano allo stesso tempo il potere fecondante maschile del Dio a unirsi a lei. In Irlanda, si preparano con giunchi e rametti le cosiddette croci di Brigit (Cros-Bride), a quattro braccia uguali (le quattro braccia dell’Ulster) racchiusi in un cerchio, cioè la figura della ruota solare (che è simbolo appropriato per una divinità del fuoco e della luce); lo stesso giorno vengono bruciate le croci preparate l'anno prima e conservate fino ad allora. Un usanza molto antica è quella di lasciare una striscia di stoffa (detta mantello di Brigit) fuori dalla finestra, al fine di fargli assorbire il potere della Dea. Questo piccolo manto potrà essere utilizzato per rituali di guarigione, rinnovando il suo potere di anno in anno.

La stessa antica festa della Candelora (con la luce che si diffonde) si celebrava tramite una processione che iniziava portando ceri spenti (che rappresenta il buio, il nero) e che poi, prima del ritorno in chiesa, venivano accesi attingendo da un unico cero presente all’ingresso. Così la luce sacra si diffondeva agli uomini e la sua presenza solo nel luogo di culto ricordava una “luce iniziatica” da non mostrare ai profani. La festa è anche detta della Purificazione di Maria, perché, secondo l'usanza ebraica, una donna era considerata impura per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio e doveva andare al Tempio per purificarsi: il 2 febbraio cade appunto 40 giorni dopo il 25 dicembre, giorno della nascita di Gesù. Anticamente questa festa veniva celebrata il 14 febbraio (40 giorni dopo l'Epifania) mentre la denominazione di "Candelora", data popolarmente alla festa, deriva dalla somiglianza del rito del Lucernare, che si
faceva nei Lupercali
(antichissima festività della fertilità romana che si celebrava a metà febbraio). Durante il suo episcopato (tra il 492 e il 496 d.C.), il patriarca di Roma Gelasio ottenne dal Senato l'abolizione dei Lupercali ai quali fu sostituita nella devozione popolare la festa della Candelora. Nel VI secolo la ricorrenza fu anticipata da Giustiniano al 2 febbraio, data in cui si festeggia ancora oggi. La Candelora, in alcuni luoghi viene chiamata "Giorno dell'orso" (il "giorno della marmotta" in America), infatti il 1° febbraio, in alcune località, si festeggia Sant’Orso, santo di origine celtica, come avviene ad Aosta dove è ancora presente, sotto la cappella costruita nel 1649, la cosiddetta fontana miracolosa. La Candelora, per la sua collocazione all'inizio del mese di febbraio, quando le giornate iniziano visibilmente ad allungarsi, è stata oggetto di detti e proverbi popolari di carattere meteorologico, quale, ad esempio l’antico proverbio popolare:
 
« Per la santa Candelora
se nevica o se plora
dell'inverno siamo fora;
ma se è sole o solicello
siamo sempre a mezzo inverno »


Oppure il detto napoletano:
A Cannelora
Vierno è fora!
Risponne San Biase:
Vierno mo' trase!
dice a vecchia dint' a tana:
nce vo' 'nata quarantana!
cant' o monaco dint' o refettorio:
tann' è estate quann' è Sant'Antonio! 

 
 PRATICHE  
 
Imbolc è il momento giusto per fare divinazioni riguardanti le stagioni che seguono. Potete festeggiare questo Sabbat e rendere omaggio al sole che verrà, mettendo, alla vigilia di Imbolc, una candela bianca accesa sulle finestre di casa e lasciarle bruciare fino all'alba.
 
  • Per la tavola usare una tovaglia marrone simbolo della terra e decorate con oggetti verdi o con fiori di stagione.
  • Ungere le candele bianche con olio di muschio e metterle in moccoli a spirale ricoperti di edera.
  • Versare del latte sulla Terra, per ringraziarla e onorarla.
  • Bruciare l'incenso di IMBOLC: una miscela di mirra, alloro, basilico e angelica.
  • Spazzando per terra con la scopa di saggina, prima di creare un cerchio rituale con sale grosso o semplicemente per spazzare via dalla casa la negatività, recitare: " Con la scopa e l'energia gelo e morte spazzo via. Da oggi presto l'inverno sarà un ricordo, spazzo spazzo tutto attorno e quel che è inutile tolgo di torno!".
  • E' questo il giorno per benedire le candele che saranno usate durante l'anno.
  • Preparate un cestino riempito di rafia e decorato con edera e nastri bianchi. All'interno mettete una bambola di granturco vestita da sposa o se preferite legate assieme tre pannocchie con del raso bianco e avvolgetele in un centrino. Nel cesto mettere anche un pezzetto di cristallo di rocca. Questa è l'espressione simbolica dell'unione tra il Dio e la Dea.
  • Bruciate tutte le decorazioni conservate a YULE per propiziare la fortuna nel nuovo anno.
  • Con la paglia create dei fascetti legati con del nastro nero. Mentre fate questo date ad ogni fascetto una caratteristica del vostro carattere che volete eliminare e poi bruciateli tutti nel calderone.

Buon Candlemas a tutti Voi
 
 
 


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12 gennaio 2009

PERVERSIONI NELLA MITOLOGIA GRECA


PASIFAE ED IL MINOTAURO


Quando Pasifae, moglie del re di Creta Minosse (figlio di Zeus e di Europa), chiese all’ateniese Dedalo di aiutarla ad accoppiarsi con un toro, l’inventore non seppe dire di no!

 
Si trattava del bellissimo toro bianco che il dio Poseidone aveva fatto emergere dalle acque come richiesto da Minosse, che lui doveva poi sacrificare in suo onore. Ma Minosse lo tenne per se sostituendolo con un altro. Poseidone non dimenticò il mancato sacrificio e, per vendicarsi, fece in modo che sua moglie Pasifae se ne innamorasse.
 
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Dedalo si trovava a Creta come profugo per sfuggire a una condanna per omicidio, mentre Pasifae rimase colpita dalla bellezza del toro incontrato sulla spiaggia.
Per mantenere la promessa, Dedalo costruì una vacca di legno, cava all'interno, nella quale Pasifae doveva entrare, sistemandosi in modo tale che il suo posteriore si trovasse nella giusta posizione per poter fare sesso col toro.
Rimasta per un paio di ore da sola con l’animale, l’inganno funzionò e la vogliosa Pasifae riuscì a soddisfare le proprie voglie carnali (come narra Ovidio nelle Metamorfosi).
In seguito il toro bianco si inferocì (chissà perché?!) e, catturato da Eracle e portato in Grecia, fu poi ucciso da Teseo.
 
 
 
  Pasifae mentre entra nella vacca di legno                  
 
Comunque quell’unione diede anche i suoi frutti dal momento che la regina partorì il Minotauro, un mostro metà uomo e metà toro. La città di Atene, sottomessa allora a Creta, doveva inviare sette giovani maschi e sette fanciulle da offrire in pasto al Minotauro, che si cibava di carne umana.
                                  Teseo ed il Minotauro
 
Per questo, Teseo, eroe e figlio del re ateniese Egeo, si recò a Creta per sconfiggere il minotauro, riuscendo anche a fuggire dal labirinto con l'aiuto di Arianna (figlia di Minosse), che gli svelò come uscirne (usando il celebre "filo d'Arianna").
Minosse, per nascondere il frutto di quel tradimento, chiese a Dedalo di rimediare facendogli costruire il famoso labirinto, così come gli aveva consigliato l’oracolo. Ma oltre a rinchiudervi il Minotauro, Minosse per precauzione fece rinchiudere anche lo stesso Dedalo e suo figlio Icaro.
Secondo una versione della leggenda, il costruttore per scappare costruì delle ali con delle penne e le attaccò ai loro corpi con la cera.
  
Statua di Minosse                             
 
Durante il volo Icaro si avvicinò troppo al sole ed il calore fuse la cera, facendolo cadere in mare. Fuggito da Creta, Dedalo si recò in Sicilia a Camico (Agrigento), dove trovò rifugio presso il re Cocalo. Minosse non si arrese e si recò di persona da Cocalo per reclamare il prigioniero. Il re sicano, deciso a salvare il suo ospite, con la scusa di un bagno caldo fece “bollire” Minosse per poi rimandarne addolorato le spoglie ai cretesi.

Il poeta greco Sofocle scrisse una tragedia che racconta appunto tale vicenda, mentre la cittadina siciliana di Eraclea Minoa si chiamerebbe così proprio per onorare il nome del re cretese morto a Camico.
Anche Dante ricorda Pasifae e il suo amore bestiale nel Purgatorio, dove la sua storia è gridata dalle anime del settimo girone come esempio di lussuria.
 
 
 
 


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8 gennaio 2009

IL CIMITERO DELLE FONTANELLE

 
IL CULTO DELLE ANIME PEZZENTELLE
ovvero
L’anime d’o priatorio
 
 
 
Il cimitero delle Fontanelle di Napoli, ancora oggi, rimane un luogo misterioso e mistico.  Si trova nel quartiere Sanità, uno dei rioni del centro storico più ricchi di storia e tradizioni.
Il nome “Fontanelle” derivò dalla presenza di abbondanti sorgenti e fonti d’acqua in questa parte delle città, nelle stagioni in cui l’acqua a Napoli era rara.
La sistemazione attuale dell’ossuario che si estende su circa 4.000 metri quadrati, risale alla fine dell’800 e si deve al canonico Gaetano Barbati che con una schiera di volontari diede una dignità a quei resti dimenticati per sempre.
Già nel ‘600 tali cave di tufo erano utilizzate come ossari per tutte le persone povere che non potevano permettersi una sepoltura più degna. Ma esse divennero un affollato cimitero dopo l’epidemia di peste scoppiata in città nel 1656 che decimò la popolazione così come quella del colera del 1837. Successivamente, con l’arrivo dei francesi, un’ordinanza bandì gli ossari in parrocchie e chiese cittadine e quindi ulteriori spoglie mortali furono deposte nelle grotte tufacee della Sanità.
In seguito ad un’improvvisa inondazione di una gallerie, molti resti vennero trascinati all’aperto, allora le ossa furono ricomposte nelle grotte e furono costruiti un muro ed un altare ed il luogo restò destinato ad ossario della città.
L’editto di Saint-Cloud portò all’attuazione del progetto del Praus ed il cimitero operò fino a che fu edificato il nuovo Cimitero di Poggioreale che pose fine definitivamente alle tumulazioni nell’ossario.
La credenza popolare vuole che un monaco “facette o cunto ca ce stevano otto meliune ‘e muorte”  le cui ossa sono accatastate per una profondità di 50 palmi, tutti anonimi ad eccezione di Filippo Carafa conte di Cerreto dei duchi di Maddaloni (morto il 17 luglio del 1797) e di sua moglie, che la credenza popolare vuole morta strangolata da uno gnocco, dal momento che è rimasta con la bocca aperta.
Oggi si possono contare 40.000 resti, ma si dice che sotto l'attuale piano di calpestio vi siano compresse ossa per almeno quattro metri di profondità, all'epoca ordinatamente disposte dai becchini specializzati.
Si dice che tra quelle resta ci potrebbe esserci quelle di Masaniello giustiziato dopo aver guidato la sfortunata rivolta di popolo contro le tasse e lo strapotere dei governati. Oppure quelle di Giacomo Leopardi che morì a Napoli durante il colera del 1837. Sebbene a Napoli la frequentazione con i morti è stata sempre del tutto naturale e vi è stata sempre una particolare attenzione per le anime abbandonate o “pezzentelle” (da pezzente), solo tra la I e II guerra mondiale esso riemerge nel cimitero delle Fontanelle. Centinaia di donne vestite di nero e con un lungo velo ogni lunedì in processione entravano nell’ossuario con un lumino in mano da porre davanti al teschio (per i Greci la luce era simbolo di vita eterna) che avevano “adottato”, in attesa di ricevere, durante il sonno, qualche notizia del proprio caro che non era più tornato. Tra queste erano le "Maste", le popolane devote alle quali la tradizione locale aveva attribuito una particolare sensibilità per il culto delle anime purganti e che aiutavano i fedeli nella ricerca delle anime particolarmente bisognose di cure e preghiere.
Ma il punto di partenza era comunque la preghiera per tali anime. Le ossa anonime, accatastate nelle caverne lontano dal suolo consacrato, diventarono ben presto, per la gente della città, le anime abbandonate - le cosiddette ”anime pezzentelle” - un ponte tra l'aldilà e la terra, un mezzo di comunicazione tra i mondi dei morti e dei vivi, segno di speranza nella possibilità di un aiuto reciproco tra poveri, che scavalca la soglia della morte: poveri sono infatti i morti, per il semplice fatto di essere morti e dimenticati, e poveri i vivi che vanno a chiedergli soccorso e fortuna. 

In queste grotte, secondo quanto si racconta da almeno un secolo, si riunivano anche i vertici della camorra antica per i famosi giuramenti di sangue, per riti di affiliazione e per emettere le condanne a morte. Al teschio (detto “capuzzella”), spesso, era associato un nome, una storia, un ruolo. Ancora negli anni Settanta c'era l'abitudine di sostare di notte ai cancelli del Cimitero per aspettare le ombre mandate dal teschio di don Francesco, un cabalista spagnolo, a rivelare i numeri da giocare al lotto. Spesso il napoletano, più che altro donne, adottavano un teschio particolare indicato in sogno e a questo punto il cranio faceva parte della famiglia del devoto. Al camposanto delle Fontanelle, il comportamento rituale si esprimeva in un preciso cerimoniale: il cranio veniva pulito e lucidato, lo si poggiava su dei fazzoletti ricamati adornato con lumini e dei fiori. Il fazzoletto era il primo passo che segnava l'adozione da parte di un devoto ad una particolare anima e rappresentava il principio affinché la collettività adottasse il teschio. Al fazzoletto si aggiungeva il rosario, messo al "collo" del teschio per formare un cerchio; in seguito il fazzoletto veniva sostituito da un cuscino, spesso ornato di ricami e merletti. A ciò seguiva l'apparizione in sogno dell'anima prescelta, la quale richiedeva preghiere e suffragi. I fedeli sceglievano chi pregare e a chi offrire i lumini nelle loro visite costanti e regolari. Solo allora il morto appariva in sogno e si faceva "riconoscere". In sogno la richiesta delle anime era il bisogno di “refrisco” (rinfrescare, dare sollievo).
Se le grazie venivano concesse, il teschio veniva poi onorato con un tipo di sepoltura più degno: una scatola, una cassetta, una specie di tabernacolo, secondo le possibilità dell'adottante. Ma se il sabato i numeri non uscivano o se le richieste non erano esaudite il teschio veniva abbandonato a se stesso e sostituito con un altro: d'altronde la scelta possibile era vasta.
I teschi, inoltre, non venivano mai ricoperti con delle lapidi, perché fossero liberi di comparire in sogno, di notte. Secondo la tradizione popolare infatti l'anima del Purgatorio in sogno rivelava la sua identità e la sua vita. Utili erano tutti i tipi di segni esterni, così un teschio che non sudava, cioè che non accumulava condensa da umidità, era segno di una sofferenza dell'anima abbandonata, di cattivo presagio e bisognava quindi pregare per lui.
 
Gesù mio misericordia
P’e lacreme ‘e Mamm’ Addulurata
Refrische all’aneme de l’appestate
 
Uno spirito molto famoso che ancora oggi avvolge l’ossuario nel mistero è quello di “Carmela” la cui ultima adozione risale al 1928 mentre nel 1969 l'ossario fu fatto chiudere dall’allora vescovo Corrado Ursi perché riteneva pagano quel culto dei teschi mentre le anime dovevano riposare in pace. Abbandonato per molti anni, fu messo in sicurezza e riordinato solo dopo il 2002 e dal 2006 è di nuovo accessibile al pubblico su prenotazione. Tra i numerosi teschi presenti, quello di Carmela è quello che non è mai impolverato; sono anni che periodicamente tutti i teschi sono spolverati mentre quello di Carmela stranamente non ne ha bisogno! A lei si può chiedere qualsiasi cosa e se la risposta è positiva il teschio diventa luminoso altrimenti si opacizza . Se fosse coperto di polvere non potrebbe rispondere e questo è il motivo, forse, per cui risulta sempre pulito.
 
Il teschio del capitano
 
Un altro teschio molto famoso è quello del "Capitano" posto all'interno di una teca e che ha un occhio nero ed è sempre molto lucido e umido. Una vecchia leggenda racconta che questo teschio era stato adottato da una povera ragazza a cui rivolgeva tutte le sue cure e preghiere supplicandolo perché le facesse trovare marito. Così avvenne e, prima di andare all'altare, la giovane volle ringraziare il teschio per la grazia ricevuta. Il giorno delle nozze tutti erano attirati dalla presenza in chiesa di uno strano tipo vestito da soldato spagnolo; questi, al passaggio degli sposi, sorrise alla ragazza e le fece l'occhiolino. Il marito, ingelosito, lo affrontò e lo colpì con un pugno. Tornata dal viaggio di nozze, la giovane si recò subito al cimitero per ringraziare ancora il suo teschio e lo trovò con una delle orbite completamente nera. Si gridò al miracolo ed il teschio in questione fu indicato come il "Teschio del Capitano". In seguito gli furono attribuiti anche altri miracoli.
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Ma altri sono i personaggi ricorrenti e nominati come la “Capa Rossa” un teschio rossiccio che appariva ai devoti come un uomo dai capelli rossi come portatore di buone notizie; “Fra Pasquale” che dava numeri vincenti, il “Dottore Alfonso” che faceva le sue diagnosi dall’aldilà; la “Testa del Cieco” che ricevendo dei lumini ringraziò la sua benefattrice dicendo: <Grazie per la luce, ero cieco ed ora vedo!>;Lucia” la giovane morta poco prima del matrimonio; le “Monache”, i “Marinai”, gli “Sposi”, il bambino ”Paqualino”, la “Vergine, ecc.

Anime sante, anime purganti,

Io son sola e vuie siete tante
Andate avanti al mio Signore
e raccontateci tutti i miei dolori
Prima che s'oscura questa santa giornata
da Dio voglio essere consolata.
Pietoso mio Dio col sangue Tuo redento
a tutte le anime del Purgatorio salutammelle a tutti i momenti,
Eterno Riposo
 
 
 
 

25 dicembre 2008

LA DEA DELLA LUNA NERA

 
LILITH
 
Lilith (1892), by John Collier
 
Il nome Lilith deriverebbe dal sumero “Lil” che significa tempesta e nella religione mesopotamica del 700 a.C. la divinità Lilitu rappresenta il demone (esseri per metà umani e per metà divini) femminile del vento e della tempesta. Lilith appare nella storia sumera "l'albero huluppu" i cui protagonisti sono Inanna e Gilgamesh.
Inanna trova un albero huluppu sulle sponde dell'Eufrate che è sradicato dall'erosione dell'acqua, lo prende con se per piantarlo nel suo giardino con l'intenzione di utilizzarne la legna per fare il proprio trono ed il proprio letto. Ma dopo dieci anni, quando l'albero è cresciuto, non può essere utilizzato.
« Quindi un serpente, che non può essere incantato fece il suo nido tra le radici dell'albero huluppu l'uccello Anzu mise i suoi piccoli tra i rami dell'albero e la vergine nera Lilith costruì la sua casa nel tronco».
Inanna, la giovane dea che ama sorridere, a questo punto piange, piange a dirotto ma non risolve la situazione. Chiama in aiuto il fratello Gilgamesh che, dotato di una forza prodigiosa, colpisce il serpente tra le radici, l'uccello Anzu fugge quindi con i suoi piccoli verso le montagne e così Lilith, verso i luoghi selvatici.
 
Secondo la lingua mesopotamica (l’accadico) Lil-itu ("signora dell'aria") potrebbe riferirsi alla divinità femminile sumerica Ninlil dea del vento meridionale e moglie di Enlil. Per gli antichi sumeri era la signora dell'aria figlia di Haia e di Nunbarsegunu (o Ninshebargunnu) ed il suo nome era Sud, ma quando si unì a Enlil cambiò in Ninlil. A volte è menzionata come figlia di An e Nammu (dea della creazione) che viveva in Dilmun (Bahrain) e secondo quello che racconta il testo di "Enlil e Ninlil", fu violentata da Enlil mentre si bagnava nuda nel fiume. Nell'antico Iraq il vento del sud è associato con l'aggressione portata dalle tempeste di polvere meridionali e in generale con le malattie.
Nella mitologia babilonese Lilu, Lilitu e Ardat Lili formano una terna di demoni mentre la mitologia mesopotamica è spesso formata da terne divine dove Lilu è il demone maschile, Lilitu quello femminile e Ardat Lili la giovane figlia.
 
Attraverso la mitologia assiro-babilonese questa figura femminile entra anche nel folklore giudaico come un demone notturno, ovvero la civetta che lancia il suo urlo nella versione della Bibbia di Re Giacomo (la versione inglese della Bibbia usata dalla chiesa anglicana).
Nella Bibbia, il nome di Lilith è citato una sola volta (è un hapax) nel libro di Isaia (dove si descrive la desolazione di Edom):
« Gatti selvatici si incontreranno con iene, i satiri si chiameranno l'un l'altro; vi faranno sosta anche le lilit e vi troveranno tranquilla dimora » (Isaia 34:14),
mentre secondo la tradizione della cabala del VIII sec. d.C. (parte della tradizione esoterica ebraica) è il nome della prima donna creata, la prima vera compagna di Adamo precedente ad Eva. Lilith per essersi rifiutata di sottomettersi alle richieste sessuali di Adamo e per aver nominato il nome proibito di Dio fu costretta ad abbandonare il giardino dell’Eden. A seguito del litigio, Lilith sarebbe salita al cielo, trasformandosi in un demone in incessante ricerca di infanti e di seme maschile. Dannata per questo, divenne uno spirito della notte simbolo di Babilonia e dei nemici di Israele e nel'immaginario popolare ebraico fu temuta come terribile demone notturno capace di portare danno ai bambini di sesso maschile e dotata degli aspetti negativi della femminilità: adulterio, stregoneria e lussuria. Esiste una tradizione secondo la quale viene posto attorno al collo dei neonati di sesso maschile un amuleto con iscritti i nomi dei tre angeli Senoy, Sansenoy e Semangelof [detti anche Sanvi, Sansavi e Semangelaf) per proteggerli da Lilith prima della circoncisione rituale - vedi appresso (*) -].
Secondo un'altra versione si traccia un cerchio magico attorno alla culla con i nomi degli angeli, mentre un'altra tradizione prevede che si aspetti a tagliare i capelli ad un ragazzo per far credere a Lilith che si tratti di una ragazza. Inoltre, è sempre Lei che provoca le eiaculazioni notturne ai ragazzi adolescenti da cui si generano entità soprannaturali (come i jinn nella tradizione arabo-islamica), comportandosi in tal modo come spirito succubo analogo femminile dello spirito incubo maschile. Difatti, lo Zohar (il Libro dello Splendore della Cabala) spiega che il demone Lilith, figura impura, coopera strettamente con l'angelo Satana.
 
La "Tentazione" di Michelangelo, con Adamo, Eva e Lilith
 
Alcuni passaggi scritti nel Talmud (che significa insegnamento, studio, discussione ed è uno dei testi sacri dell'Ebraismo e diversamente dalla Torah è riconosciuto solo dall'Ebraismo che lo considera una Torah orale) forniscono la miglior immagine del demone trovata finora nella letteratura giudaica Qui viene fatto riferimento alle origini mesopotamiche di Lilith e si prefigura il suo futuro come enigma esegetico della Genesi. Viene raffigurata con ali e lunghi capelli e come una "Seduttrice" assume forma di donna per abusare sessualmente degli uomini durante il loro sonno, così come tentò Adamo facendo versare il suo seme (la Qabbalah afferma che da questo seme sorsero molti demoni e in seguito, dopo 130 anni di dissolutezze, Adamo si riunì poi ad Eva).
Per questo, Lilith è associata al Rilievo Burney, una terracotta paleobabilonese che raffigura una divinità nuda dotata di ali, con artigli al posto dei piedi e affiancata da due gufi conservata al British Museum di Londra.
 
Rilievo Burney
 
Un’altra fonte che descrive Lilith come la prima figura femminile vista da Adamo è il licenzioso “L'alfabeto di Ben-Sira” intitolato a Yeshua ben Sira e scritto nel X secolo d.C. da autore anonimo (raccolta di storie su eroi della Bibbia e del Talmud, tramandato dai mistici Ebrei della Germania medievale che diventa ampiamente conosciuto con il Lexicon Talmudicum di Johannes Buxtorf del XVII secolo). Nel libro viene raccontato che Lilith, mentre in un primo momento provocò Adamo, poi fu spiritualmente vinta da quest'ultimo ed abbandonò l’Eden. Come prova della superiorità morale ed etica, spirituale e sapienziale del genere umano sui demoni, che stanno sul ‘mondo dell'impurità’ conosciuto come ‘l'altro lato’, è scritto:
« Ella disse 'Non starò sotto di te,' ed egli disse 'E io non giacerò sotto di te, ma solo sopra. Per te è adatto stare solamente sotto, mentre io sono fatto per stare sopra».
Lilith pronunciò infuriata il nome di Dio, prese il volo ed abbandonò il giardino del Paradiso rifugiandosi sulle coste del Mar Rosso. Poi, abbandonò il Paradiso di propria iniziativa, prima della caduta dell'uomo e non toccando l'Albero della Conoscenza non fu condannata alla mortalità.
 
Raffigurazione del re Asmodai         
 
In seguito Lilith si accoppiò con Asmodai (demone biblico di origine iranica) e vari demoni che trovò oltre il Mar Rosso, creando una infinita generazione di Jinn. Adamo chiese a Dio di riportare indietro Lilith, cosi tre angeli, chiamati Senoy, Sansenoy e Semangelof, furono mandati per ricercarla. (*) Quando i tre angeli trovarono Lilith, le ingiunsero di tornare minacciandola di morte, lei rispose che non sarebbe potuta tornare da Adamo dopo aver avuto relazioni con i demoni e che non sarebbe potuta morire in quanto immortale. Ma quando gli angeli minacciarono di uccidere i figli che lei aveva generato con i demoni, li supplicò di non farlo promettendo che non avrebbe toccati i discendenti di Adamo ed Eva, se solo si fossero pronunciati i nomi dei tre angeli.
 
                    Wicca col pentagramma
 
La sua figura, iniziata a delinearsi nel Medioevo e alla fine dell'800, in parallelo alla crescente emancipazione femminile nel mondo occidentale, diventa poi il simbolo del femminile che non si assoggetta al maschile e, rivalutata nelle religioni neopagane, viene posta a fianco di simboli come quello della Grande Madre (la divinità femminile primordiale, presente in quasi tutte le mitologie note, in cui si manifestano la terra, la fertilità ed il femminile come mediatore tra l'umano e il divino). Per questo viene particolarmente considerata nella cultura della Wicca (la più diffusa e influente delle religioni appartenenti al movimento neopagano, culto mistico ed esoterico) dove c'è una leggenda secondo cui Lilith fu la prima donna creata, la prima compagna data da Dio ad Adamo. Ma Dio la cacciò dal paradiso terrestre perché rifiutava di sottomettersi ad Adamo, anche in ambito sessuale, rifiutando che fosse sempre e solo lui a possederla. Una volta scacciata Lilith vagò sulla terra e generò con Satana (qui simbolo della ribellione) le passioni umane.
 
 
Lady Lilith by Dante Gabriel Rossetti
 
 
 
 


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29 ottobre 2008

LE RUNE

 
 
Il  linguaggio segreto del mondo
 
 
La leggenda racconta che le Rune furono donate dagli dei al dio nordico Odino dopo il suo sacrificio (un complesso rituale sciamanico durato 9 giorni e 9 notti mentre era appeso a testa in giù all'albero cosmico Yggdrasil - il frassino, albero del mondo).
 
 Una rappresentazione di Yggdrasill
 
Dal sostantivo norreno (ligua germanica del VII sec.) la parola rún significa mistero,sussurro.  Le Rune custodivano una Conoscenza ed un Potere che solo gli dei potevano rivelare ed è grazie a loro che Odino potè accedere alla 'conoscenza suprema'. Sciamani, sovrani e semplici uomini per secoli si affidarono al loro immenso potere per capire i segni del fato, per interpretare il volere degli dei e per proteggere ed onorare i defunti, incidendole sulle  lapide. Una scrittura, quella dell'alfabeto runico, enigmatica e piena di carica esoterica; le sue lettere sembrano strettamente legate all'alfabeto latino, greco e celtico oltre che al simbolismo dell'ogham druidico (l'alfabeto dei Druidi). La scrittura runica composta da 24 lettere è anche conosciuta come ""fuþark" dalle iniziali dei suoi primi segni: 
 
  • Fehu (Bestiame)                                               f        (f)
  • Uruz (il toro selvaggio)                                      u       (u)
  • Thurisaz (Il martello del Dio Thorn; la spina)   th,þ (þ=th) 
  • Ansuz (Il Dio As /Odino)                                  a      (a) 
  • Raidho (Viaggio a cavallo)                               r       (r)
  • Kanuan (La torcia)                                             k      (k)   
     
     
    Le prime incisioni trovate in Scandinavia risalirebbero al II e II sec. sebbene si pensi ad un origine ancora più antica e nel mondo anglosassone antico, grazie alla persistenza di pratiche pagane, l'uso di tale alfabeto è rimasto fino al X secolo. Ma la maggior parte delle iscrizioni, appartenenti ai Vichinghi, sono state trovate in Svezia e nell'isola di Oland in particolare. Nei secoli, dai 24 segni di partenza, l'alfabeto del  Futhark  subì profonde trasformazioni riducendosi a soli 16 segni per poi essere lentamente sostituito da quello latino e scomparire del tutto verso il XIV sec.
    Nel corso della storia diverse persone dedite all'occultismo hanno usato il potere delle Rune per realizzare desideri, proteggersi dal pericolo o realizzare sogni. Ma le Rune non furono rivelate per tali scopi. Perfino le "SS" naziste applicarono i segni delle Rune sulle loro insegne, traviando il loro reale significato.
    Odino. Illustrazione di Georg von Rosen
     
    Per meglio comprendere le origini ed il potere delle Rune, però, occorre accennare alla nascita dell'uomo secondo il poema Hávamál (mitologia norrena sulle leggende degli eroi germanici) dove è lo stesso Odino a parlare.  
    «  Lo so io, fui appeso
    al tronco sferzato dal vento
    per nove intere notti,
    ferito di lancia
    e consegnato a Odino,
    io stesso a me stesso,
    su quell'albero
    che nessuno sa
    dove dalle radici s'innalzi.
    Con pane non mi saziarono
    né con corni [mi dissetarono].
    Guardai in basso,
    feci salire le rune,
    chiamandole lo feci,
    e caddi di là. »
  • I figli di Borr crearono gli uomini da due alberi trovati sulla spiaggia, il primo Odino - spirito di vita, il secondo Vili - saggezza e movimento ed il terzo - forma, parola, udito e vista. L'impiccagione rituale effettuata da Odino era un modo per intraprendere il suo cammino iniziatico al fine di ricevere, con sacrificio (secondo le modalità dei sacrifici umani che venivano tributati al dio nella Scandinavia precristiana), le lettere magiche che gli permettevano, poi, di trasmettere a tutti gli uomini "la conoscenza".

    Ogni runa si compone di 3 aspetti ed è una triade che non può essere separata, in quanto nessuna di queste tre parti può avere senso da sola: ognuna implica l'esistenza e la sussistenza delle altre due.

    • Il suono (il nome pronunciato): valore fonetico della runa è la sua caratteristica vibratoria nell'aria e nello spazio. Questa rappresenta la qualità creativa che risiede nella magia della vocalizzazione. È la qualità alla quale pensiamo quando immaginiamo la parola di Dio, per esempio. Può essere applicata alla voce.
    • Il glifo della runa (la sua forma): rappresenta la sua qualità visibile. Questa è, forse, la caratteristica che riusciamo a comprendere meglio, in quanto - come esseri umani - riusciamo a trasporre un'enfasi eccezionale in quello che possiamo vedere. Può essere applicata alla vista.
    • Il contenuto simbolico: rappresenta il significato (o i significati) che sono stati attribuiti alla runa; tuttavia, è facile comprendere come anche questo aspetto sia solo un pallido riflesso del reale significato della runa, che resta, comunque, celato ai nostri 5 sensi. Questo perché le rune esistono in una realtà molto più estesa di quella tridimensionale e possono, quindi, solo essere accennate nel diagramma bidimensionale che siamo superficialmente disposti a concepire. Non può essere applicata, i significati delle rune possono essere concepiti e elucubrati soltanto da alcune menti, che hanno, come dire, un sesto senso, sovraterreno.

    Secondo Tacito, in Germania, sacerdoti, capi tribù o paterfamilias praticavano sortilegi leggendo la disposizione di pezzetti di legno, su cui erano incise le Rune, sparpagliati a caso su un telo bianco.

     

    Per chi volesse saperne di più sul significato di ogni Runa e sul loro uso vi rimando alle decine di siti presente in rete o alla consultazione di libri specifici.

     

     


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    15 ottobre 2008

    I RE MAGI

     
    La verità sui re Magi
     
     
    I tre magi, tra i personaggi più noti della tradizione cristiana e simbolo delle tre età dell'uomo, sono, molto probabilmente, solo un invenzione.
    Non si conosce se ne erano tre e da dove venissero, non è vero che seguissero una cometa e che i loro nomi fossero davvero Melchiorre, Baldassare e Gaspare. Questo, ed il fatto che tra gli Apostoli sono citati solo nel Vangelo di Matteo, mette in discussione la loro esistenza. C'è da dire che col nome "magi" si identificavano, comunque, i sacerdoti dei Medi, popolo antenato dei Curdi vissuto nel VI secolo a.C. sottomessi dai persiani. Erodoto li cita come indovini e studiosi di astri, seguaci del profeta Zoroastro.
    Di fatto non erano re ed ai tempi di Gesù l'impero persiano era finito mentre i magi, considerati pagani dagli ebrei, avevano ripreso i loro riti e gli studi astronomici. Probabilmente, Matteo inventò la storia dei re Magi per lanciare un messaggio anche ai non ebrei. Un semplice intento propagandistico e simbolico come altri personaggi di alcune note favole.  Stesso discorso per la cometa dal momento che nell'anno 'uno' nessuna cometa è passata vicino alla Terra, tranne quella di Encke che, però, non era visibile ad occhio nudo. Tali studi furono anche confermati da autori esperti sull'argomento come Tacito e Plinio il Vecchio, il più scrupoloso osservatore dei fenomeni celesti che registrò il passaggio di molte stelle come quella di Halley. Presumibilmente l'astro a cui Matteo e Giacomo accennano nei loro scritti si riferisce alla congiunzione Giove-Saturno che abbinati dovevano apparire come una grande stella. Tale teoria fu formulata dall'astronomo tedesco Johannes Kepler nel 1603 secondo i cui calcoli il fenomeno era avvenuto più volte durante il 7 a.C. Dal momento che, come noto, la data della nascita di Cristo è errata e che quella più probabile può essere datata dai 4 anni prima agli otto anni dopo l'anno uno, il racconto di una stella luminosa dei Vangeli diventa quindi più probabile.  Matteo parla genericamente di "alcuni" Magi provenienti dall'oriente (qualunque paese asiatico o arabico) e non specifica nè i loro nomi nè che fossero re.  Ma a parlare di Magi vi sono anche alcuni testi antichi definiti apocrifi come il Vangelo armeno che, addirittura, scende  nei particolari specificando, tra l'altro,  che il viaggio dei Magi durò 9 mesi, che i loro nomi erano appunto quelli di Melkam, Baethasar e Gaspar e tutta la mercanzia che la loro carovana trasportava (oro, incenso, mirra, aloe, porpora, mussolino, cannella, cinnamomo, argento, zaffiri, perle, libri esoterici, ecc.) Altrettanto fantasioso è il Vangelo arabo-siriano che parla dei tre fratelli magi che con un seguito di 12 mila cavalieri tornarono in patria con un pannolino del Messia da bruciare ritualmente sul fuoco. Forse, anche in questi casi si tratta di fantasie create per identificare Gesù col Messia atteso da chi non era ebreo.
    Nei secoli anche l'iconografia dei magi nell'arte sacra ha subito delle variazioni di epoca in epoca. Dai tre magi col tipico copricapo frigio dei sacerdoti zoroastriani presenti negli affreschi del III e IV sec. nelle catacombe di San Callisto a Roma alle corone presenti nelle raffigurazioni di Duccio Buoninsegna dell'inizio trecento presenti nel Duomo di Siena (foto sotto). Giotto è il primo a sostituire la stella con una cometa mentre nel 400 i tre re assumono l'aria di signori rinascimentali con tanto di cavalli ed il Mantegna ne dipinge, poi, uno con la pelle nera.

    Si dice che al''inizio del IV sec. Santa Elena, madre dell'imperatore Costantino, era tornata dal Gerusalemme con tre salme mummificate, accreditate come i resti dei Magi, portandole nella basilica di Santa Sofia a Costantinopoli. Sant'Eustorgio, vescovo di Milano, intorno al 345 le fece trasferire nel capoluogo lombardo, nella chiesa che attualmente porta il suo nome. Oggi quel sarcofago, tranne pochi frammenti, è vuoto perché nel 1164 Barbarossa trafugò le reliquie portandole a Colonia dove si troverebbero tuttora.
     
    Indipendentemente dalla verità storica che nessuno conosce con certezza, si continui pure ad abbellire il presepe con la presenza delle tre statuine così come anch'io ho sempre fatto!


      
    riferimenti: Focus Storia 01/08 


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    permalink | inviato da feel il 15/10/2008 alle 19:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

    6 ottobre 2008

    SESSO E RELIGIONE

     
    Il sesso nella storia
     
     
     
    Senza sesso la vita stessa non esisterebbe.
     
    Secondo i Greci, agli inizi del mondo, lo sperma del Padre Cielo cadendo fecondò la Madre Terra. Per gli Egizi, invece, il dio solare Aman con la masturbazione aveva creato la prima coppia divina.
    Tra gli dei dell'Olimpo Zeus era il più donnaiolo e libertino insidiando ninfe, dee e mortali (noto il rapimento del bel Ganimede), popolando così Olimpo e Terra. Per molti popoli del passato l'accoppiamento era considerato un atto sacro e per questo rivestiva un ruolo di primo piano nella religione. La possibilità di procreare offriva, difatti, la possibilità di accomunarsi col divino, imitando gli dei che avevano popolato la Terra. Il piacere dava l’estasi portando la mente a livelli superiori e per questo le pratiche sessuali etero o omo erano parte integrante di molti rituali.
     
    Ganimede rapito da Zeus
     
    Il destino di ogni comunità dipendeva dalla fecondità umana e dalla fertilità della terra. Alcune civiltà per garantire buoni raccolti “fertilizzava” il terreno col proprio sperma durante riti propiziatori in onore della Dea Madre. Se gli uomini creavano statuette o pupazzi raffiguranti donne nude, le donne greche già allora usavano strumenti simili ai moderni vibratori sia per uso propiziatorio che per piacere personale.
    Le donne egizie offrivano agli dei amuleti raffiguranti i propri mariti con ben evidente un grosso pene al fine di migliorarne le loro prestazioni a letto. La stessa dea Iside aveva costruito un fallo d’oro col quale aveva, dopo la morte del povero marito Osiride, concepì il figlio Horus. Quello che era mancata ad Iside era stato, invece, dato in eccesso a Priapo, divinità divenuta molto cara a Romani e Greci. Il suo smisurato membro ne fece la divinità della fertilità e la forza generatrice della Natura.. Priapo era parente del dio egizio Bes e dei satiri, le depravate divinità dei boschi metà uomini e metà capre.
     
    La nudità, il sesso e lo stesso organo sessuale maschile non era vergogna, anzi, veniva spesso rappresentato ed esposto in pubblico nelle cerimonie religiose. I Greci in onore di Dioniso (Bacco il corrispondente dio romano) svolgevano riti orgiastici e lo stesso facevano i romani per i riti iniziatici dei Baccanali durante i quali gli adepti si violentavano a vicenda. In origine, ai Baccanali celebrati in onore di Dioniso (dio dell’agricoltura) prendevano parte i pastori che di ritorno dal periodo di transumanza, con la sola compagnia delle pecore, ai sacrifici animali facevano seguire pratiche sessuali che duravano alcuni giorni. D'altronde anche la cerimonia romana dei Lupercali (vedi intervento:
    http://antveral.spaces.live.com/blog/cns!B82C8038190F5EA4!963.entry oppure http://tony_.go.ilcannocchiale.it/?YY=2008&mm=2&dd=15 ) più antica della stessa Roma, era una celebrazione del sesso durante la quale le ragazze vergini potevano essere iniziate da un qualunque pellegrino. Lo stesso accadeva in Fenicia dove presso le sacerdotesse della dea Astante si recavano tutte le ragazze in età da marito per essere messe a disposizione dei visitatori in cambio di pochi soldi. Idem per le donne babilonesi che almeno una volta nella loro vita dovevano offrire la loro verginità a pagamento nei templi della dea Ishtar. Soldi che venivano offerti alla dea.
     
     
    Baccanali (Auguste Léveque)
     
    Discorso diverso, invece, per le sacerdotesse di Venere chiamate Ierodulie che dedicavano la loro esistenza al santuario presso il quale si prostituivano in cambio di obuli da donare al tempio. Gli uomini che vi si recavano provavano l’ebbrezza di congiungersi con la dea della fertilità.
    L’esatto opposto avveniva alle vergini Vestali latine protettrici del focolare che, al servizio della dea Vesta, non potevano, invece, avere rapporti per i primi 30 anni, pena la morte.
     
     priapo
    Priapo da giovane
     
    Ogni primavera il re e la sacerdotessa di Inanna nella città sumera di Ur, durante la celebrazione delle “nozze sacre” (ierogamia) facevano sesso in pubblico per garantire fertilità al popolo e alla terra. Ma a parte tali antiche tradizioni pagane, il legame sesso-religione lo si ritrova anche nell’Antico Testamento dove incesti, stupri, prostituzione e trasgressioni sessuali sono numerosi. Anche per la società ebraica il tema base era la fertilità e per essa tutto era possibile. Si pensi all’episodio delle figlie di Lot che convinte di essere rimaste sole al mondo dopo la distruzione di Sodoma e Gomorra, per continuare la stirpe praticarono l’incesto accoppiandosi più volte col proprio padre. Tamar arriva a prostituirsi con Giuda, suo suocero, pur di assicurare la discendenza che non era riuscita ad avere nonostante Giuda gli aveva messo a diposizione i suoi tre figli. La vedova semitica Ruth, da parte sua, sedusse il vecchio Boaz mentre riposava nei campi. L’esuberanza sessuale delle donne viene ben rappresentata dalla moglie dell’egiziano Putifarra che tentò più volte di sedurre il loro schiavo Giuseppe, senza però riuscirci.
     
    satiro
     
    Anche in tema di rapporti violenti o con forestieri non si era così rigidi come dimostra il rapporto del re Davide con Ruth, nonostante fosse un adonna del popolo dei Moabiti, nemici storici di Israele. Sichem, figlio di Canor l’Ivveo, violentò Dina la figlia di Giacobbe. Che dire, poi, di alcuni eroi biblici la cui esistenza non fu priva di rapporti oggi considerati devianti. Re Solomone s’era circondato di 700 mogli e 300 concubine; re Davide sedusse la bella Betsabea mentre suo marito era in guerra. Per poterla poi sposare, Davide lo fece perfino uccidere. La trasgressione di Davide continuò con la stirpe e la si ritrova nel primogenito Ammon il quale violentò la sorellastra Tamar. Suo fratello Absalom, per vendicarsi, ucciso Ammon e ne conseguì una rivolta capeggiata da Davide. Durante la battaglia Absalom si infilava nella camera da letto di Davide per spassarsela con le sue concubine. Tra le sacre scritture si trova anche un forte testo erotico, il “Cantico dei Cantici” di Salomone che però, per la tradizione ebraica ha solo un significato mistico e allegorico. Lo stesso Gesù è spesso accusato di atteggiamenti spregiudicati e trasgressivi sebbene solo in pochi passi del Nuovo Testamento egli affronta il tema del sesso. Ne è un esempio l’episodio dell’adultera che egli salva dalla lapidazione o, come i Vangeli apocrifi raccontano, dei suoi rapporti intimi con Maria Maddalena, da cui secondo alcuni autori sarebbe iniziato il “sangre real”.
     
    raffigurazione egiziana
     
    Tale libertà sessuale la si ritrova anche tra i primi cristiani specialmente durante la cerimonia dell’agape, il banchetto che si teneva nei luoghi di culto (la primitiva eucarestia) durante la quale spesso, in pubblico, avvenivano atti sessuali di ogni genere. Casi sporadici anche perché sulla questione sesso c’è sempre stato un atteggiamento di severità da parte della Chiesa.
    Nella Russia ortodossa del XVII sec. era ben nota la setta del flagellati (vedi intervento:
     http://tony_.go.ilcannocchiale.it/?YY=2008&mm=4&dd=4) che raggiungevano l’estasi mistica attraverso cerimonie orgiastiche dove ci si abbandonava ad una lascivia estrema.
    Per gli Adamiti (seguaci di Adamo) la nudità ed il sesso non erano un problema. Uomini e donne di questa setta mettevano tutto in comune in un clima di totale libertà sessuale.
     
    Adamiti
     
    Comunque, il cristianesimo originario non aveva del sesso un opinione negativa così come per quanto riguardava la dimensione fisica dell’uomo. Cosa questa che fu fortemente ribadita dal Concilio di Calcedonia del 454 per contrastare le correnti ascetiche del tempo che professavano privazioni a tutti i livelli. E l’influenza di queste correnti la si nota poi col successivo divieto del matrimonio per i preti e nel portare a considerare la verginità come un bene da salvaguardare. Col tempo ci fu, poi, un crescendo di divieti e condanne ribadite da Sant’Agostino, San Gerolamo e San Paolo. Fu guerra aperta al corpo e alla libidine che quasi tutti i santi perseguivano con mezzi ai limiti dell’umano. A stabilizzare questo indirizzo fu molti anni dopo papa Gregorio Magno secondo il quale piacere e atto sessuale sono peccato, sempre e comunque. Nel contempo la figura della donna passava in secondo ordine e acquisiva sempre più una connotazione negativa. Bisognerà attendere molti anni prima di ascoltare qualcosa di nuovo in ambito ecclesiale e questo grazie a personaggi come san Giovanni Crisostomo (cristiano in Oriente), Pietro Abelardo (evirato a causa del suo rapporto con la diciassettenne Eloisa, nipote del canonico di Notre-Dame), san Alberto Magno (a lui si deve il nome “missionario” per la nota postura dell’accoppiamento) e san Tommaso d’Aquino che pur considerando la donna un “errore della natura” riteneva il sesso un bisogno fisiologico ed il suo piacere un completamento biologico e spirituale dell’uomo.
    Anche per i protestanti dell’epoca il sesso era considerato un tabù ma, almeno per gli anglicani, erano ammessi i rapporti prematrimoniali e per Lutero preti e suore potevano sposarsi ed avere figli mentre in caso di inabilità del marito la moglie poteva perfino rivolgersi a terzi. Ci vorrà il Concilio Vaticano II nel corso del XX secolo per trovare le prime timide aperture della chiesa verso la rivoluzione sessuale degli anni ’60.
    Il tantrismo indiano originariamente nasce da una cultura matriarcale dedicata al culto della dea Madre nella quale era la donna a decidere quando come e a chi aprire la porta della loro stanza da letto. Qui sessualità, trasgressione e piacere diventano strumento sacro poi successivamente vietato con la diffusione della religione islamica. Col Tantra, a differenza delle filosofie occidentali, il sesso diventa una esperienza mistica dove viene esaltata la carnalità ed il desiderio attraverso i quali raggiungere l’estasi e la perfezione spirituale. Le tipologie di unioni sessuali erano varie, dai rituali in cui il guru iniziava la coppia unendosi con la futura moglie dell’adepto, alle orge di gruppo. A differenza del Tantra, il Kama-Sutra non aveva pretese religiose trattandosi di un semplice trattato scritto tra il I e IV sec. col quale veniva insegnato il comportamento davanti al desiderio sessuale per garantirsi una felice intesa sessuale. Solo una sessione di tale trattato è dedicata alle tecniche amatorie (le note posizioni) dove uomini e donne vengono chiamati con nomi di animali a seconda delle dimensioni dei loro organi sessuali e della forza del loro desiderio.
     
    Raffigurazioni su un tempio indiano
     
    Sebbene ad un primo approccio la religione musulmana sembra molto pudica e proibitiva nei confronti del sesso, l’islam non è comunque contrario al piacere. Per scongiurare il pericolo delle tentazioni e della concupiscenza, la legge islamica (shari’a) permise forme di sesso quali la poligamia e concubinato basandosi sul fatto che “la necessità rende lecito il proibito”. E per questo, nell’erotismo musulmano, non manca nemmeno l’omosessualità nonostante le condanne ufficiali. Il potere seduttivo dei giovani efebi fu notato perfino dal Profeta che esortava a guardarsi “dai figli dei ricchi la cui bellezza è fonte di danno più grande delle vergini”.
     
    Gineceo
     
    I racconti delle “Mille e una notte” di Sheherazade ben descrivono la realtà dei secoli passati. La poligamia sarebbe stata permessa perfino dallo stesso Maometto, mentre ben comprendendo le debolezze della carne Allah concesse all’uomo di sposare fino a quattro donne. Negli anni molti paesi di religione islamica hanno regolamentato la poligamia ed in alcuni Stati ancora oggi si possono sposare più donne.
     
    Kamasutra
     
     
    riferimenti: Focus Storia n.22


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    26 settembre 2008

    IL NOBILE NERO

     
    IL PRINCIPE DI SAN SEVERO
     
     
    Chi ha avuto modo di leggere alcuni interventi in cui parlo di Napoli, in merito  agli annosi problemi che attanagliano la città e al quotidiano, si sarà reso conto del sentimento di odio-amore che nutro nei suoi confronti.  Discorso diverso, invece, è il considerare la metropoli da un punto di vista culturale ed artistico. Come alcuni asseriscono, e ne sono convinto, è una - se non l'unica - città con maggior concentrazione di bellezze naturali e di opere di alto interesse storico e artistico, un immenso patrimonio culturale. Tra questi si annovera la "Cappella di San Severo" o di "Santa Maria della Pietà" sita nel centro storico della città.
    Il suo creatore, Raimondo di Sangro VII principe di Sansevero è stato un letterato, un militare, un inventore, un anatomista ed esoterista massone nato a Foggia nel 1710 e morto a Napoli il 1771, su cui sono nate molte leggende.   
    Orfano di madre dalla tenera età, fu affidato ai nonni paterni che a 10 anni lo mandarono a studiare presso la Scuola Gesuitica di Roma dove restò fino a 20 anni. Suo padre, essendo stato accusato dell'uccisione del papà di una ragazza di Sansevero di cui si era invaghito e successivamente anche del suo accusatore, andò a Vienna per sfuggire all'incarcerazione e successivamente si ritirò presso un convento a Roma dove prese i voti. Napoli era la dimora stanziale della famiglia e Raimondo vi fece ritorno non appena terminati gli studi. Nello stesso anno, per procura, giacché viveva nelle Ande, sposò la quattordicenne Carlotta Gaetani d'Aragona che conobbe poi solo sei anni dopo il matrimonio. Durante la sua vita il principe si occupò di molte cose sia di natura militare, artistico e culturale, che di invenzioni e di alchimia. Attigua al palazzo di famiglia, separato da un vicolo, si trova tuttora la loro cappella gentilizia che una delle leggende vuole sia stata fatta costruire dagli antenati del principe nel 1593 su un antico tempio di Iside ed i cui lavori di restauro ripresero nel 1744, 100 anni dopo, ad opera di Raimondo. Lavori che prosciugarono le casse di famiglia e durarono fino alla morte del principe ma che resero la piccola chiesa con i suoi influssi massonici e le allegorie, un capolavoro del barocco napoletano a cui parteciparono famosi artisti dell'epoca.
     
     
    La cappella è nota principalmente per le sue tre statue che la adornano, due delle quali ("Pudicizia Velata" e  Cristo Velato") sembrano coperte da un velo trasparente di marmo che però è tuttuno con la scultura e ad oggi non si è ancora capito quale sia stata la tecnica utilizzata per la loro realizzazione. Stesso discorso per la terza statua intitolata "Disinganno" sulla quale è presente una rete creata col marmo. Una delle ipotesi, da parte degli estimatori moderni del principe, è che si tratti del risultato di un procedimento inventato dal Principe per "marmorizzare" un tessuto. Tale procedimento, però, non è stato ancora messo alla prova e tutt'oggi non sembrano esserci spiegazioni convincenti. Una possibile interpretazione delle allegorie verte sul messaggio illuminista: attraverso la ragione l'uomo raggiunge il disinganno e si libera delle false verità. Nella "Cavea Sotterranea" della cappella sono presenti due particolari "mummie" definite dal principe "macchine anatomiche" e si tratta di due scheletri umani (una donna di colore ed un uomo) con presente l'intero sistema circolatorio (capillari compresi). Non si conosce in che modo tali strutture siano state ottenute e leggenda vuole che il Principe avesse ottenuto tale "metallizzazione" del circuito sanguigno "iniettando" un composto di sua invenzione e che, quindi, i due soggetti dovevano essere ancora vivi al momento dell'esperimento (si noti che all'epoca non esisteva ancora la siringa!). Che si tratti di "macchine" o di veri corpi non è tuttavia certo dacché i proprietari della Cappella hanno sempre opposto il loro rifiuto a far eseguire qualunque tipo di indagine.
     
     
     
    Fu facile, per il popolino, far nascere vicende magiche e misteriose sull'erudito e misterioso VII Principe di Sansevero, il quale peraltro nulla fece per screditare tali dicerie anzi, ammanta la propria vita di segretezza rinchiudendosi per giorni nei suoi laboratori alchemici, dove studiava e realizzava i suoi esperimenti, i suoi studi e le sue "invenzioni". Si aggiunga che, nei sotterranei del Palazzo, era stata installata una tipografia che, con i suoi rumori decisamente originali per l'epoca, ben poteva alimentare ulteriori dicerie. Dalle accuse generiche di alchimia, stregoneria e ateismo, si passò ad altre più particolari e, a quanto è dato di sapere, prive di alcun fondamento, come quella di far rapire poveri e vagabondi per ignobili esperimenti. Per questo e per altro viene soprannominato "nobile nero".
     
     
     
     
     


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    11 luglio 2008

    MONACI GUERRIERI

     
     
    SE I DOB DOB RITORNASSERO?!
     
    [A picture of an anonymous Sera dob dob taken before 1959. Sera Project archival collection] 
     
    A riguardo dell'attualità del buddhismo nel quadro delle crescenti ingiustizie sociali e della crescente crisi ambientale e civile del mondo moderno, voglio rendervi partecipi di un articolo sui "monaci guerrieri" che ho letto in questi giorni su una rivista di "Focus Storia".
    Se si guarda alla storia del Tibet, gli ultimi novecento anni confermano la natura individuale e non cinese della cultura, della lingua, della spiritualità e delle credenze del popolo tibetano. Una autonomia piena e indiscussa. Questa autonomia e differenza, anche in contrapposizione alla cultura cinese, è stata utilizzata per oltre cinquecento anni dai mongoli e dai Qing per governare la Cina e per dare unità politica alle popolazioni dell’Asia interna che erano state chiamate a reggere la Cina in virtù delle proprie conquiste militari. Fu allora che il Tibet uscì dal proprio isolamento e, accettando di entrare a far parte delle vicende cinesi, dando sostegno ideologico, amministrativo e letterario a due dinastie straniere in Cina (i mongoli dal 1212 al 1368 e i Qing dal 1644 al 1911), confuse irreparabilmente la propria storia con quella della Cina fino al punto che a livello amministrativo, linguistico, artistico, architettonico e politico è impossibile, oggi, fare la storia del Tibet e della Cina in modo separato. 
    Le dure proteste condotte da monaci mostrano l'attivismo buddhista, mentre i monaci che scagliano pietre contro i cinesi in Tibet, oppure che si radunano in massa contro le forze armate del Myanmar, possono suonare come note stridenti. A noi occidentali è noto che il buddhismo insegna la gentilezza anche nei confronti del più acerrimo nemico e lo ha fatto per più di 2.500 anni. Tuttavia esplosioni sporadiche di violenza sono diventate sempre più frequenti nelle società buddhiste asiatiche che lottano contro la dominazione straniera e regimi oppressivi. In ampie manifestazioni di protesta, ultimamente,  monaci dalle vesti cremisi  si sono uniti ai cittadini comuni che hanno dispiegato bandiere tibetane chiedendo l'independenza dalla Cina. Queste scene sono contrarie alla filososfia buddhista del rifuggere la politica e dell'accettare anche i nemici più aspri - nozione alla quale la fede ha aderito, con alcune eccezioni tumultuose, nella sua storia, di cui parlerò appresso.
    "Di questi tempi predicare non è abbastanza. I monaci devono agire per migliorare la società, per eliminare il male"
    dice Samdhong Rinpoche, primo ministro del governo tibetano in esilio e lama di alto rango.
    "Usate i mezzi pacifici quando sono appropriati, ma quando non fossero appropriati, non esitate a ripiegare sull'uso della forza"
    disse il penultimo, ora morto, Dalai Lama quando il Tibet combatté i cinesi negli anni '30.
    Nonostante l'aspetto passivo di questa fede, è da molto tempo che esiste una sua vena aggressiva..........
     

    [Monaci nel monastero di Rumtek, Sikkim]
     
    Il Tibet è esistito come nazione indipendente solo prima del 1300 d.C.
    Successivamente, caduto l'impero mongolo, sia la Cina sia il Tibet riconquistarono l'indipendenza.
    I rapporti fra Cina e Tibet assunsero la forma di regolari scambi di cortesie diplomatiche fra due governi indipendenti. Lo sforzo del monaco tibetano Changchub Gyaltsen di far sparire tutte le tracce dell'amministrazione mongola costituì, per il Tibet, una vera e propria dichiarazione d'indipendenza dall'influenza straniera e un tentativo di
    ricerca di una identità nazionale.
    Nel 1374 un giovane di nome Tsongkhapa cominciò a frequentare le principali scuole di buddhismo tibetano e studiò sotto la guida di eminenti lama. Tsongkhapa fondò un monastero a Ganden, vicino a Lhasa, dove gli apparve Atisha, lo studioso bengalese dell'XI secolo il cui contributo era stato fondamentale per la seconda diffusione del buddhismo in Tibet. Anche se è probabile che Tsongkhapa non intendesse fondare una nuova scuola di buddhismo, i suoi insegnamenti attrassero molti discepoli, i quali trovarono nel suo desiderio di ritorno ai precetti originari di Atisha una interessante alternativa alla via seguita dai precedenti ordini politicamente corrotti di Sakyapa e Kagyupa. Nel 1445, i suoi discepoli fondarono un monastero (Tashilhunpo) presso Shigatse e il movimento cominciò a essere conosciuto con il nome di ordine Gelugpa  o 
    Gelug (virtuoso). I mongoli cominciarono a interessarsi al nuovo e sempre più potente ordine del Tibet ai tempi della terza guida reincarnata del Gelugpa, Sonam Gyatso (1543-88). Con un gesto che ricordava l'ingresso dei Sakyapa sulla scena internazionale nel XIII secolo, Sonam Gyatso, nel 1578, accettò l'invito a incontrare Altyn Khan (capo mongolo lontano discendente  di Genghis Khan). Durante l'incontro, Sonam Gyatso ricevette il titolo di Ta-Le (Dalai), che significa 'Oceano', nel suo caso Dalai Lama, ovvero 'Oceano di Saggezza'. Al titolo fu dato valore retroattivo e venne quindi conferito anche alle due precedenti reincarnazioni, cosicchè Sonam Gyatso divenne il terzo Dalai Lama.
     
    [Statua di Tsongkhapa - Monastero Kumbum, Qinghai (Amdo), Cina]
     
    Possiamo affermare, a grandi linee, che il Tibet dal 1300 al 1950 è sempre stato parte integrante della Cina ma con un ampia autonomia locale.
    In Cina, dopo anni di sconvolgimenti interni e guerre civili, il regime nazionalistico di Ch’ang Kai Shek venne sconfitto e il 21 settembre 1949 fu proclamata la
    Repubblica popolare cinese con a capo Mao Tse Tung.
    Il nuovo regime comunista non nascose dall’inizio i propri propositi nei confronti del Tibet.
    Difatti, nel 1950 il Tibet fu invaso dai cinesi e fu abolita ogni tipo di autonomia e con la repressione della rivolta di Lhasa essi assunsero il controllo di tutti i principali passi
    fra il Tibet e l'India. Una successiva repressione avvenne nel 1959 quando centinaia di tibetani vennero uccisi dalle truppe cinesi.
    La Regione Autonoma del Tibet (T.A.R.) venne ufficialmente alla luce solo nel 1965, fra squilli di tromba e racconti di tibetani felici che cercavano di ricacciare indietro lacrime di gratitudine nei confronti della grande madrepatria. Nel frattempo, però, in Cina stava cominciando un periodo di disordini. E fu proprio prima dell'occupazione del Tibet da parte della Cina del 1959, che i cosidetti "monaci guerrieri" a volte avevano più potere e armi dell'esercito.  Il monastero Sera di Lhasa, fonte delle recenti proteste, era particolarmente noto per i suoi guerrieri di élite, i "Dob-Dob" (ldob ldob), che nel 1947 presero parte ad una ribellione che costò 300 vite.

    [Dal sito: http://it.viaggi.yahoo.com/p-guida_viaggi-1162922-tibet_storia-i]
     
    [Giovani monaci in un monastero tibetano] 
     
    All'epoca, la confraternita dei Dob-Dob si distingueva dagli altri monaci per l'acconciatura (capelli lunghi tenuti a ciocche dietro le orecchie), per vestire diversamente e per essere sempre armati (coltelli o spade), ma la loro caratteristica peculiare era la professione di una dottrina rivolta ai piaceri e alla mancanza di regole, decisamenete diversa da quella tipica e pacifista del buddismo. Seppur strano, i monaci avevano bisogno di simili rissosi "colleghi" sia perché gli vennero assegnati funzioni di polizia e sia perché attraverso l'ordine dei "monaci guerrieri" le istituzioni monastiche "sfruttavano" e tenevano sotto controllo i giovani "devianti", ovvero coloro che per carattere ed indole non erano in grado di mantenere voti e rispettare regole. Comunque, dopo i 40 anni i Dob-Dob venivano reintegrati nei monasteri (disarmati) con funzioni amministrative e addetti alla disciplina.
    Praticamente, tutti i bambini tibetani venivano mandati in età prepuberale presso i monasteri per ricevere istruzione ed un'educazione monastica che era ed è alla base della religione buddista. Tra i novizi i monaci "insegnati" potevano scegliere i propri "preferiti" e tra loro si instauravano rapporti più stretti, un pò come avveniva con gli antichi istitutori greci. A circa diciotto anni i ragazzi dovevano poi decidere del loro futuro, se abbandonare del tutto la tonaca, continuare nello studio delle pratiche religiose, oppure rimanere nel monastero con altri ruoli. Le teste calde, gli insofferenti ed i violenti potevano scegliere di diventare dei Dob Dob, per esempio, in modo tale da continuare a mantenere i voti e, al contempo,
    soddisfare i propri desideri mondani. Rimanere monaci era vantaggioso e dava comunque dei privilegi.
    I giovani Dob Dob venivano avviati, così, all'addestramento sportivo che terminava in gare, specialmente tra gruppi di differenti monasteri. Infatti la rivalità tra le diverse confraternite era molto forte, sebbene alla base c'era solo la voglia ed il bisogno di "sfogare" l'aggressività (l'ordine dei Gelugpa era il più famoso). I "monaci guerrieri" all'interno delle varie confraternite sceglievano autonomamente i propri leaders ed i nuovi membri, prediligendo, ovviamente, i giovani che si dimostravano più forti e corpulenti. All'interno del monastero, a loro toccavano i lavori manuali più duri e funzioni di polizia durante le grandi cerimonie religiose. Essi facevano da scorta a prelati, nobili e mercanti quando in viaggio in zone remote e pericolose. A quei tempi i monasteri erano come piccole cittadine, importanti centri politici e commerciali.
    Possedevano vaste tenute e le attività artigianali e commerciali con personale amministrativo doveva spesso essere "controllato".
    Per un Dob Dob la religione contava poco e molti di loro si guadagnarono una discutibile fama. Descritti come oltraggiosi, rozzi e rissosi, i monaci guerrieri avevano anche anche la nomea di essere omosessuali. Si diceva che rapissero spesso giovani fanciulli per soddisfare i propri bisogni sessuali (ai monaci sono vietati rapporti eterossesuali). Ma, nonostante tutto, nessun tibetano ritenne in cuor suo i Dob Dob dei cattivi monaci. Al contrario, molti venivano stimati dalla popolazione perché gli unici ad intervenire in aiuto dei più deboli ed erano considerati sinceri e disinteressati più degli altri monaci.
    Nel 1959 fu l'ultima volta che i monaci guerrieri, ufficialmente,
    usarono con eroismo le armi per tentare di liberare il loro paese dai soldati cinesi. Migliaia di uomini, donne e bambini vennero massacrati nelle strade di Lhasa e in altri luoghi. Il 17 marzo 1959 il Dalai Lama abbandonò Lhasa per cercare asilo politico in India. Egli fu seguito da oltre 80.000 profughi tibetani. Mai, prima nella loro lunga storia, tanti tibetani erano stati costretti a lasciare lo loro patria in circostanze così difficili. Oggi ci sono circa 130.000 profughi tibetani dispersi in tutto il mondo. La sollevazione si stima abbia comportato una strage di almeno 65.000 persone (cifre più attendibili indicano in 80.000 vittime e 300.000 profughi). Per il Tibet iniziò un periodo tragico e buio, privato com'era del suo capo di stato e guida spirituale.
    Il resto è storia recente. 
     
     


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    14 maggio 2008

    I GIGANTI

     
     
    GLI ANTENATI DEGLI UOMINI PREISTORICI
     
     
    In Egitto, a Saqquarah, il luogo piu antico ed importante dei faraoni (qui è sepolto per  esempio Ramses II)  troviamo il grande tempio sotterraneo (a sette metri) Serapeum dedicato al dio Serapide dove sono depositati 24 sarcofagi giganti.
    La teoria classica è che tali sarcofagi giganti sono serviti alla sepoltura dei buoi sacri ma a fronte di tale teoria ufficiale vi è l'altra che tale struttura sia stata invece trovata così com'è e quindi utilizzata dal popolo egizio. Antichissime sarcofagi serviti alla sepolturta di giganti, i nostri antenati, propri quelli di cui si parla nel VI libro della Bibbia. La Bibbia cita un'antica razza chiamata nephilim, spesso interpretata come razza di giganti. Anche la Genesi cita esplicitamente la presenza di giganti sulla terra, agli albori del mondo. La tradizione post-biblica considera per esempio Re Nimrod come esponente di questa razza. La Bibbia riporta anche il famoso combattimento fra David e il gigante Golia, sebbene Golia non sia descritto come un "nephilim", ma semplicemente come un "campione di più di tre metri d'altezza". L'appellativo Nefilim presente nell' Antico Testamento (Torah), in diversi libri non canonici del Giudaismo e in antichi scritti cristiani, si riferisce ad un popolo creato dall' incrocio tra i "figli di Dio" e le "figlie degli uomini" (Vedi Genesi 6:1-8). 
     
     
     
     
     
    Fu l'archeologo francese Auguste Mariette a scoprire l'ingresso del tempio nel 1851. A Saqquara egli incontrò per la prima volta anche lo studisoso Heinrich Brugsch.  Una scalinata liberata dalla sabbia per entrare in alcune grandi , lunghe ed affascinanti grotte. I sarcofagi che qui si trovano sono delle opere mastodontiche, ma semplici nella struttura, con i loro 2,20 metri di altezza che arrivano a 5,50 coll'enorme coperchio per circa 6 metri di lunghezza e 2,05 metri di larghezza e per un totale di 60 tonnellate di peso caduno. Alcuni portano dei geroglifici sui lati, segni grezzi e superficiali che stranamente non riportano raffigurato un bue o il dio Ape a lui dedicato. Qui i passaggi e le volte dell'area sono enormi, al contrario delle strette e anguste piramide. Due le possibilità, uomini che hanno costruito questo enorme tempio per i buoi o uomini che l'hanno solo occupato perchè già presente in quanto creato precedentemente da esseri giganti. Ma di pietre giganti ve ne sono tante in giro per il mondo, a volte alcune nascondono un passato misterioso. Dai massi dell'isola di Pasqua alle pietre di Stonenge. Ma uno dei luoghi della Terra dove sono più numerosi i resti di monumenti ciclopici è il Perù. Costruzioni impossibili da datare ma che sembrano essere realizzate da esseri soprannaturali o giganteschi. Pietre grandi ed antiche e tecniche perdutesi nei secoli. Mura realizzate con una tecnica particolare in grado di resistere ai millenni ed ai numerosi terremotiche che da sempre colpiscono il continente sud Americano. Massi di "Diorite" pietra dura da lavorare perfino con le tecnologie attuali che all'epoca sono state modellate come se fosse creta e poste a formare dei puzzle. E' possibile vederle a Cusco l'antica capitale Inca, per esempio. Qui la teoria è un'altra è quella di antichi esseri giganti del posto che costruirono servendosi di quelle pietre.  Gli Inca non aveva la tecnologia adatta per creare simili costruzioni, senza cemento o malto a creare muri con pietre durissime perfettamente combacianti. Dal momento che solo la base delle mura è fatta di pietre ciclopiche mentre in alto le pietre sono piu piccole, si suppone che sono quelle utilizzate dagli inca successivamente. Le stesse porte effettuate di tanmto in tanto nel muro,  non sono certo di altezza proporzionata alla nostra altezza, ma sono fatte invece, per permettere il passaggio di cose o persone che superavano i 3 metri.
     
    A Sacsayhuaman in Peru, il muro settentrionale dalle triplici gradinate, nella parte inferiore è composto da enormi blocchi di pietra calcarea grigia, lavorati e messi l'uno sull'altro con precisione. Nella zona delle Ande, il perfetto lavoro di rifinitura era noto già secoli prima della civiltà degli inca (Tiahuanaco, Picara, Chullpas e Sillustani). La particolarità delle mura di Sachsayhuaman è la collocazione senza giunture di pietre ciclopiche, alcune fino a 100 tonnellate di peso, dai contorni irregolari. Fino a oggi la scienza non ha fornito alcuna spiegazione per questa tecnica.  In Bolivia nel tempio dei giganti, la porta del sole a Tihuanaco (citta edificata dai giganti Titani che poi disobbedienti sarebbero stati uccisi dagli stessi dei) è ricavata da un unica blocco di andesite una delle petre piu dure della terra eppure è ricca di incisioni ed orli, impossibili da fare con utensili rozzi e primitivi come quelli usati dagli Inca. I gradini che portano ai templi sono di 80 cm, un'altezza spropositata per persone comuni. Siamo a  4000 metri di altezza e qui l'area e molto rarefatta e difficile da respirare.
    Nell'isola di Pasqua gli incastri e l'assemblaggio delle pietre ciclopiche è simile a quella di Tiahuanac o di Cisco questo potrebbe vole dire che anche le prima civiltà su quell'isola era fatta di persone giganti.
    Parlavamo di giganti. Tutto ha avuto inizio da una normale attività esplorativa nel deserto Indiano, in un luogo chiamato "The Empty Quarter" (Il Settore Vuoto), nel Nord dell'India.
     
    In questa regione sono venuti alla luce i resti di uno scheletro umano di taglia eccezionale   (vedere comparazione nell'immagine). La scoperta è stata fatta nel 2004 dal Team National Geographic (Divisione Indiana), con l'appoggio dell'Esercito Indiano, poiché l'area è sotto la giurisdizione dell'Esercito. Sembra che siano state trovate anche delle tavolette con iscrizioni che affermavano che gli dei Indiani, come il mitologico "Brahma", avessero generato persone di taglia eccezionale: molto alti, grandi, e assai potenti, in grado di poter abbracciare un grosso tronco di albero e sradicarlo. Secondo l'iscrizione, questi uomini giganti furono creati per portare ordine nel mondo, sempre in lotta l'un contro l'altro.
    Da sempre, ritrovamenti di ossa umane giganti ne sono state fatte in tutte le parti del mondo, quindi si potrebbe davvero supporre che un tempo, una civiltà precedente alla nostra, fatta di esseri giganti, sia vissuta sulla Terra lasciandoci delle resta per noi, oggi, misteriose.
    Ci sarebbero ancora troppe cose da dire o da far vedere, e forse è proprio il caso che ritorni sull'argomento.
     
     
     
     
     


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    permalink | inviato da feel il 14/5/2008 alle 19:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

    4 aprile 2008

    Grigorij Rasputin

     
    Santo, pazzo o opportunista?
     
       
     
    Anima mia! Prego Dio affinché tu comprenda
    quanto vale l’appoggio del nostro amico.
    Senza di lui, non so che ne sarà di noi.
    È la nostra forza e il nostro conforto.

    Lettera della zarina al marito, in merito a Rasputin.
     
    Dalla povera Siberia l'ambiguo Rasputin (1869-1916) giunge a piedi a San Pietroburgo e arriva a guidare la Russia manipolando Zar e personaggi influenti dell’aristocrazia russa, dediti sfrontatamente a piaceri e vizi. Controverso, enigmatico, lodato da alcuni e disprezzato da altri, gli vengono attribuiti meriti e colpe di ogni genere, dall’essere l’amante della zarina fino alla capacità di compiere miracoli, ipnotizzare, predire il futuro, nominare ministri, dallo schiamazzare nelle taverne al maltrattare le donne. La sua presenza non passa certo inosservata. Mentre per alcuni si tratta di un individuo ripugnante, per altri risulta magnetico. Ritenuto una persona con una sessualità bestiale, alcune dame aristocratiche lo denunciano per stupro, mentre altre impazziscono alla sua compagnia e si litigano il privilegio di portarselo a letto.
    La psicosi è un sinonimo di pazzia; è causa di un’anormalità morbosa e incontrollata, genera allucinazioni, convinzioni deliranti, affetti spropositati, idee disorganizzate e un comportamento deviante. Rasputin corrisponde perfettamente a questo quadro.
    I deliqui, le estasi, le visioni e le parole profetiche di Rasputin lo mostravano come un santo agli occhi della zarina. Alessandra Fëdorovna, Zarina di tutte le Russie, la donna più potente della Terra, chiama il cencioso e analfabeta Rasputin «Amico» (con la A maiuscola), maestro, benamato, redentore, mentore, consigliere. Quell’uomo dall’aspetto deplorevole, incline all’alcolismo e all’impudicizia, quell’individuo che praticamente non sa né leggere né scrivere e che sa solo contare fino a cento, riceve quasi quotidianamente profumate lettere dall’immacolata calligrafia e dall’ardente contenuto, nelle quali la zarina mette a nudo la sua anima e lo proclama suo insostituibile bastione. 

     

    Rasputin, amante di molte donne, non lo è però della zarina che nella sua psicopatia è troppo attaccata alla religione (ortodossa) e al marito che è succube di lei.
    Grigory Rasputin divenne famoso anche per le gigantesche sbornie che faceva: ingurgitava una quantità prodigiosa di vini pregiati (madera, marsala) ubriacandosi regolarmente. Tuttavia nessuno è mai riuscito a spiegare come facesse ad annullare tutti i sintomi dell’ebrezza alcoolica nel giro di pochissimo tempo! Lui seguiva una sua dieta particolare, non mangiava carne e dolciumi, ma in genere solo pesce.
    Contro di lui vennero orditi complotti ed attentati finchè l’ultimo gli fu fatale. In un primo momento venne aggredito addirittura da alti prelati ortodossi in una chiesa, picchiato e trascinato per i piedi da un carro in corsa. Successivamente una sua ex seguace, passata con il clero ortodosso, lo accoltellò al ventre. Venne poi investito da un’automobile ma si salvò fortunosamente. Gli furono intentati contro diverse inchieste, venne arrestato, bandito, sorvegliato, pedinato e spiato.  
    Secondo lo studioso Edvard Radzinskij, il potere di Rasputin era una specie di magia sessuale basata sulla trasmutazione della pulsione libidinosa in energia nervosa, anche se Rasputin, ovviamente, non ne fece mai accenno e si limitava a parlare di “affinamento dei sensi”. In pratica, Rasputin, anche più volte al giorno in certi casi, aveva degli approcci sessuali con donne di ogni tipo. Lo scopo di questi approcci era quello di contenere la pulsione erotica, di non farla sfociare nel comune coito, ma di lasciarla, per così dire, in “parcheggio”. Se la donna o Rasputin stesso “cedevano”, l’operazione tecnica non andava a buon fine e questo, secondo i documenti dello studioso, spiegherebbe perché Rasputin congedava bruscamente, a volte, alcune donne, mentre con altre continuava ad intrattenere i rapporti intimi. Qualcuno ha perfino ipotizzato che fosse impotente. Secondo altri, invece, il libidinoso Rapsutin non poteva certo partecipare ad orge o essere richiesto in molte stanze da letto se non era poi in grado di portare a termine dei soddisfacenti atti sessuali e, dall'osservazione del suo membro (messo sotto formalina ed in mostra al Russian Museum of Erotica di di San Pietroburgo), giusto un bestiale cono di circa 22 cm. di base per 30 di lunghezza, sembrerebbe che i motivi fossero proprio questi!  

     

    Ma, al di là delle doti in campo sessuale e del suo indubbio carisma, Rasputin doveva essere un uomo con una vitalità ed una fibra proprio fuori dal comune.
    Ma partiamo dalla sua nascita.   
    Si dice che nel periodo della sua nascita, in Siberia, cadde un enorme meteorito.
    Grigorij (o Grigory) Efimevic Novykh era il settimo figlio (di cui 5 morti) di Efim Akovlevic, un ricco contadino (mugik), dedito all’alcol e alla violenza, a Pokrovskoe, un piccolo e freddo villaggio siberiano. Il nome Rasputin, affibiatogli successivamente, deriva dalla parola che significa «sfrenatezza, immoralità».
    La dottrina della religione ortodossa scandiva la quotidianità nel villaggio e i bambini imparavano nei campi e non sui banchi di scuola. Sebbene ogni minimo gesto determinava premi o castighi divini, il richiamo della carne non era per niente considerato peccaminoso. Come tanti figli di alcoslisti anche Griska (o Grisha come lo chiamavano in famiglia) era irrequieto e mostrava disturbi mentali. Iniziò a parlare con difficoltà solo dopo i tre anni e per questo, probabilmente, la natura lo portò a compensare il difetto con uno sguardo intenso e magnetico.  Veniva per questo, considerato un ragazzino diverso e col suo sguardo azzurro, che pareva penetrare al di là delle apparenze, poteva scoprire i segreti più intimi dei compagni. Un giorno lui e suo fratelllo caddero nel fiume gelato e mentre il fratello non ce la fece, lui si ammalò. Si pensa che fu il dolore per la perdita prematura del fratello a condurre Grigory ad una vita vissuta sempre alla ricerca del piacere e della gioia.
    Ma la sua fama aumentò il giorno in cui, mentre a letto malato di polmonite, tra i deliri della febbre, affermò di vedere una bellissima donna vestita di bianco e azzurro.  Nel paese tutti si convinsero che la "Vergine" era venuta a guarire il piccolo in cambio di una qualche missione. Da questo momento, una grave forma di insonnia accompagnerà Rasputin per il resto della sua vita, assieme ai problemi che poi tale problematica porta con sé. Dopo questa esperienza egli comincio' ad interessarsi maggiormente alla religione ed al mondo degli starec, monaci e profeti erranti che venivano accolti con assoluto rispetto nei villaggi russi.  

    Probabilmente fu la violenza subita in famiglia a portarlo ad essere egli stesso un violento ed a provocargli una enuresi, che non andò via nemmeno in età adulta. Forse, anche per questo motivo, sebbene gia sposato con figli, decise di abbandonare il villaggio e diventare pellegrino; secondo lui i rigori della preghiera potevano liberarlo da quella fastidiosa e mortificante disfunzione.
    Azzuffarsi con i compagni non era mai stato un problema per lui, convinto assertore del potere della violenza. A quattordici anni riempì di botte un anziano per poterlo derubare e venne condannato a venti frustate in mezzo alla piazza del paese, che non lo fecero certo desistere. A 16 anni ebbe la sua prima esperienza sessuale con la moglie di un generale già anziano, che, annoiata dal marito e ossessionata dagli occhi chiari del ragazzo, decise di iniziarlo alle arti amatorie. Non sentendosi sufficientemente attraente come maestra, ricorse perfino all’aiuto di sei delle sue domestiche. Da quel momento iniziò la vita sessuale di Grigorij, sorretta da un appetito sessuale che sembrava non placarsi mai e che lo portò a correre dietro ogni donna. 
    Dopo un breve e intenso, ma impossibile amore con Irina, la figlia di un generale (tale Kubasov), a vent'anni Rasputin si sposò con Praskovia Fedorovna Dubrovina. Da lei ebbe un figlio, che pero' morì dopo pochi mesi. Il dolore per tale perdita, si dice che lo portò ad avere una seconda visione, un giorno, in un bosco. La Vergine gli intimò di lasciare tutto e partire per la sua missione. Rasputin diventera' così uno starec. In questo periodo viene a contatto con esponenti di una setta non ortodossa considerata illegale, ma molto popolare in Russia: i chlisty (o Khlysty). Questa setta (detta dei Flagellanti) era molto critica nei confronti della Chiesa ortodossa ufficiale, accusandola di corruzione e decadentismo. La visione religiosa dei chlisty era molto particolare: l'uomo poteva purificarsi dal peccato solo in un modo, abbandonandovisi totalmente, per poi pentirsene. Fisicita' e religiosita' si sposavano in questo credo eretico che faceva del rito erotico e delle congiunzioni carnali, anche di gruppo, una delle sue caratteristiche fondamentali. E sarà grazie a queste teorie di purificatrici e di salvezza che Rasputin riuscirà, poi, ad insidiare molte donne (e non solo). Dopo un indottrinamento di un anno al convento di Verchoturje, egli fu considerato "monaco" a tutti gli effetti, ed iniziò il suo viaggio, toccando citta' come Mosca, Kazan e Kiev, ma anche posti più lontani come Grecia e Gerusalemme. Sebbene ai preti ortodossi che lo additavano come eretico egli non confessò mai di essere un praticante chlisty, fu proprio grazie alla conoscenza di questi influenti religiosi, come Ivan Sergeev di Kronstadt favorito dello Zar, e Il'jodor vescovo di Caricyn, che Rasputin cominciò ad entrare lentamente nell'alta societa' pietroburghese.
    Nel salotto di Olga Lochtina, moglie di un consigliere di stato, Rasputin viene a contatto con personaggi come Anna Vryubova, le granduchesse Anastasia e Militza, figlie del re del Montenegro e il granduca Nikolaj Nikolaevic. Da qui alla famiglia imperiale il passo fu breve. A casusa del fatto che Alessio, figlio prediletto della zarina Alessandra, era affetto da emofilia, nel 1905 Rasputin (noto per i suoi poteri taumaturgici) venne chiamato a corte ed il suo intervento portò (casualmente?) ad un miglioramento delle condizioni di salute del ragazzo. Quel giorno, agli occhi dell'emotiva e religiosissima zarina, l'evento assunse i contorni del miracolo e Grigorij Efimevic Rasputin fu il benvenuto a corte quale "Amico" e salvatore di Alessio.
     
     
    Alessio e tutta la famiglia Romanov
     
    Da quel momento, mentre a corte il monaco dallo sguardo magnetico manterrà sempre una condotta irreprensibile, altrove partecipa a banchetti e ricevimenti dove, seguendo alla lettera la propria filosofia chlisty, si abbandonera', poi, ad ogni tipo di piacere. Specialmente negli ultimi anni, tra il 1915 e il 1916 egli condurrà una vita libertina specialmente dal punto di vista sessuale che terminerà , poi, con la conoscenza dell'ambiguo principe Feliks Jusupov. Questi era una figura molto particolare dell'alta societa' pietroburghese, un bisessuale grande ammiratore di Oscar Wilde e ossessionato dal desiderio di passare alla storia, ma allo stesso tempo pavido e inconcludente. Spinto alla perversione già in giovane età dal fratello maggiore, cominciò a trarre piacere vestendosi da donna per ricevere attenzione dagli uomini. Già dal loro primo incontro a corte, tra lui e Rasputin si era venuta a creare una strana sintonia, e sembra che il monaco fosse in un certo modo affascinato dagli atteggiamenti effemminati del giovane aristocratico, così diverso da lui. 
    Considerato il fatto che i due per molto tempo si frequentarono, si intuisce che anche il principe dovette soccombere all'attrazione sessuale del dotato monaco che non disdegnò, probabilmente, dei rapporti omosessuali con lui. Rasputin sperava di sfruttare tale intimità anche per poter arrivare alla moglie di lui, Irina Aleksandrovna, una delle donne più belle di Russia,  la quale era di carattere estremamente riservato e appariva di rado. 
     
     Felix Yussupov
     
    L'uccisione di Rapsutin avvenne proprio in casa Jusupov che insieme ad altri aveva archiettato il piano per eliminarlo. Ma, mentre gli altri avevano motivi ed interessi politici per togliere di mezzo Rasputin, Feliks intendeva solo liberarsi di un pericoloso testimone che, in prima persona, lo aveva coinvolto in lascivi atti omosessuali.  Così, con la scusa di fargli, finalmente, incontrare sua moglie, mentre i complici erano al piano di sopra, il principe trattenne lo scomodo monaco nel salotto. Per due interminabili ore Rasputin attese l’arrivo dell’affascinante moglie di Jusupov (che tra l’altro non era nemmeno in città), intrattenuto dal principe con la musica e degustando pasticcini e madera avvelenati al cianuro. Con grande sorpresa e sgomento del già emotivo principe, il rozzo mugik siberiano resisteva all’effetto del veleno che stava assimilato in quantità impressionanti, attraverso numerosi bicchierini di liquore. Ai primi sintomi di debolezza di Rasputin, Jusupov, in preda al panico e col pretesto di chiamare un dottore, salì al piano superiore dove convenne con gli altri congiurati di eliminare il monaco con un colpo di pistola. Se Rasputin avesse abbandonato la villa il piano sarebbe miseramente fallito. Le testimonianze a questo punto sono confuse. Non si sa con certezza chi fu a sparare a Rasputin, se lo stesso principe Jusupov, il deputato Puriskevic o il granduca Dmitrj Pavlovic. Ma, nonostante pieno di veleno e colpito vicino al cuore, Rasputin riuscì a raccogliere le forze per uscire dalla villa (mentre i congiurati in un’altra stanza stavano, nel frattempo, decidendo come sbarazzarsi del "cadavere"). Rincorso e raggiunto a pochi passi dal cancello, fu poi ripetutamente colpito al cranio da Jusupov con un manganello. Era il 16 dicembre del 1916. Con l’aiuto dei domestici il corpo di Rasputin venne avvolto in una coperta, legato e gettato nel canale Fontanka. Tre giorni dopo,venne ripescato il corpo congelato e tumefatto di Grigorij Rasputin e, stranamente, l’autopsia rivelò l’assenza di veleno nel corpo, mentre c'era acqua nei polmoni, il che significava che il racconto del "piano" organizzato non era vero e che quando in acqua, la vittima doveva essere ancora viva!



    Tempo dopo, con il massacro dei Romanov, le stesse profezie di Rapsutin s'erano poi adempiute : " ...zar della terra di Russia, se udirete il suono della campana che vi annuncerà che Grigorij è stato ucciso, dovete sapere questo: se sono stati i Vostri parenti che hanno causato la mia morte, allora nessuno della Vostra famiglia resterà in vita per più di due anni " . E così, in effetti, andarono le cose.


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    15 febbraio 2008

    SAN VALENTINO & LUPERCALI

     
    Festività pagane

     
     
    La festa di San Valentino, conosciuta in tutto il mondo e festeggiata oggi , il 14 Febbraio, è dedicata a Valentino da Interamna (Interamna Nahars, Roma 176 – 273 d.C.) un vescovo e martire cristiano le cui spoglie sono attualmente custodite nella basilica di Terni con accanto una statua d'argento che reca la scritta: ‘San Valentino patrono dell'amore’ Egli patì il martirio sotto il regno di Aureliano per aver predicato il Vangelo e per aver unito in matrimonio una giovane credente cristiana ed un legionario romano di religione pagana. La festa in suo onore, come santo dell’Amore, venne istituita un paio di secoli dopo la sua morte, nel 496, quando papa Gelasio I decise di eliminare la festività pagana della fertilità chiamata in latino “Lupercalia” e dedicata al dio Luperco.
    (Già nell’anno 380 l’imperatore Teodosio aveva emesso un editto col quale la fede cattolica diveniva la religione ufficiale dello stato e quindi da quel momento tutte le festività pagane dovevano essere abolite).
     
     
     
    Le origini di tale antica festa sono avvolte nella leggenda e secondo alcuni i Lupercali erano delle festività religiose ai tempi dei romani,  celebrate il 15 febbraio in onore della divinità pastorale di Luperco, in latino Lupercus cioè protettore del bestiame ovino e caprino dall'attacco dei lupi (divinità incorporata insieme a Inuus e Pan nella figura del dio Fauno Luperco). Secondo un'altra ipotesi, avanzata da Dionisio di Alicarnasso, i Lupercali ricordavano, invece, il miracoloso allattamento dei gemelli Romolo e Remo da parte della lupa; essi venivano celebrati nella grotta chiamata appunto del “Lupercale”, sul colle Palatino dove, secondo la leggenda, i fondatori di Roma, Romolo e Remo sarebbero cresciuti allattati da una lupa (in latino “lupa” significa anche prostituta e probabilmente la lupa che allattò i gemelli potrebbe riferirsi alla moglie di Faustolo (Acca Larenzia), il guardiano di porci che aveva trovato i neonati.  

     
    Secondo una leggenda, narrata anche da Ovidio, al tempo del re Romolo vi sarebbe stato un prolungato periodo di sterilità nelle donne (le Sabine rapite erano quasi tutte sterili) . Perciò donne e uomini si recarono in processione fino al bosco sacro di Giunone, ai piedi dell'Esquilino, per chiedere una supplica. Attraverso lo stormire delle fronde, la dea rispose che le donne dovevano essere penetrate da un sacro caprone spaventando le donne, ma un ‘augure etrusco’ interpretò l'oracolo nel giusto senso di sacrificare un capro e tagliare dalla sua pelle delle strisce con cui colpire le donne affinché dopo dieci mesi lunari potessero  partorire.
    Pertanto, successivamente la festa era celebrata da giovani sacerdoti chiamati Luperci, nudi con le membra spalmate di grasso e una maschera di fango sulla faccia; solo intorno ai fianchi portavano una pelle di capra ricavata dalle capre (probabilmente maschi) sacrificate nella grotta del Lupercale. Altra pelle di capra veniva tagliata a strisce per diventare dei maneggevoli frustini nelle mani dei luperci divisi in due schiere. Da una parte i “quinctiales” legati alla famiglia “Quinctii” e associati a Romolo e dall’altra i “fabiani” legati alla famiglia “Fabii” e associati con Remo). Dopo il 45 a.C. si aggiunse il terzo gruppo dei”iuliani” in onore a Giulio Cesare che seduto sul seggio vedeva i luperci arrivare.


    Plutarco riferisce che nel giorno dei Lupercalia la festa partiva con l’iniziazione di due nuovi luperci, col classico rituale del coltello insanguinato posto sulla fronte dei giovani  (sangue delle capre sacrificate, poi pulito con lana intrisa di latte).


    Dopo un pasto abbondante, tutti i luperci, compresi i due nuovi iniziati, dovevano poi correre intorno al colle Palatino saltando e colpendo con le fruste sia il suolo per favorirne la fertilità sia chiunque incontrassero, ed in particolare le donne, le quali per ottenere la fecondità in origine offrivano volontariamente il ventre. In questa seconda parte della festa i luperci erano essi stessi contemporaneamente capri e lupi: erano capri quando infondevano la fertilità dell'animale (considerato sessualmente potente) alla terra e alle donne attraverso la frusta, mentre erano lupi nel loro percorso intorno al Palatino.
    In origine la nudità da parte degli officianti e delle partecipanti era considerata normale e naturale e, trattandosi di uno dei riti più trasgressivi presenti a Roma, si può poi immaginare cosa avvenisse dopo o durante il tragitto tra bosco e città.  

     


    Secondo il filologo francese Georges Dumézil i Luperci rappresentavano gli spiriti divini della natura selvaggia subordinati a Fauno. Nel giorno dei Lupercalia, infatti, l'ordine umano regolato dalle leggi si interrompeva e nella comunità faceva irruzione il caos delle origini, che normalmente risiede nelle selve.

     


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    7 febbraio 2008

    CAPODANNO CINESE

     
    L'Anno del Ratto
     
    rat
     
    E' iniziato in Cina il Capodanno!
    La Festa di Primavera (Chun Jie) o Capodanno cinese è una delle più importanti ricorrenze cinesi.
    Sebbene paragonabile al nostro Natale/Capodanno, inizia il giorno della seconda luna nuova dopo il solstizio d'inverno (tra il 21 gennaio ed il 20 febbraio) e segna l'inizio di una nuova stagione. Per questo si fà ritorno a casa, che in questo periodo viene rassettata e pulita, si preparano le decorazioni ed i cibi tradizionali.
    Nelle grandi città la festa dura tre giorni ma può durare di più nei piccoli  centri rurali.
    Con banchetti e riunioni familiari si intende ringraziare gli antenati per tutto quello di buono si è ricevuto nel passato anno.
    E' usanza scambiarsi cibi e dolci e nel lauto banchetto familiare non mancano i ravioli al vapore (jiao zi o Yuan bao)  ed un grosso pesce che simboleggia unità e abbondanza.  La cena della vigilia (chu xi) rappresenta il momento di maggior coesione tra nuove e vecchie generazioni impegnate nella preparazione di 12 piatti rappresentanti i 12 segni dello zodiaco cinese.
    In occasione dell’entrata nel nuovo anno vengono spese grandi somme di denaro , soldi spesi non tanto per sé stessi ma per le persone care.
    Si ricevono come regalo anche somme di denaro all’interno di festose buste rosse accompagnate dagli auguri di Buon Anno (Guo nian hao).
     
    In casa scope, coltelli e cose accuminate vengono tenute  nascoste fino al giorno successivo al capodanno, perchè si crede che questi oggetti portino sfurtuna.  Strisce di carta o di seta rossa sono appese alle porte sia all'interno che all'esterno [rappresentanti l’ideogramma FU (fortuna)].
    I fiori sono disposti in molte case perchè simboleggiano prosperità e felicità. Alla veglia del capodanno le famiglie si riuniscono e gli adulti e i bambini stanno alzati tutta la notte perchè è credenza che stare in piedi a lungo porti lunga vita ai genitori. A mezzanotte si offre il cibo agli antenati e si fanno scoppiare petardi e fuochi d'artificio per spaventare e far fuggire gli spiriti maligni.

     

    Celebri i lunghi cortei con le immancabili maschere raffiguranti il 'drago cinese' ed i fuochi d'artificio per le strade.
    Il drago appartiene alla mitologia cinese, ed è' una creatura benevola che simboleggia la longevità, la prosperità e la pioggia.
    Giorni dopo, la festa continua e si conclude, poi, con la spettacolare "Festa delle Lanterne" (15 giorni dopo il capodanno lunare) caratterizzata dalla presenza delle note lampade di carta colorata appese per le strade e dalle festose processioni.

    Lasciato il segno del maiale, quest'anno il capodanno cinese (il 2008) sarà sotto il segno del "Ratto" (corrispondente al nostro Sagittario)
    [http://it.wikipedia.org/wiki/Astrologia_cinese]



     


     

    5 febbraio 2008

    IL PIU' FAMOSO TRAVESTITO DELLA STORIA

     
    Cavaliere, ambasciatore e trans
     

    Il cavaliere Charles D'Eon de Beaumont è stato uno dei più conosciuti travestiti del diciottesimo secolo.
    Egli nacque a Tonnerre, in Francia, nel 1728. Suo padre, Louis d'Eon, era avvocato e funzionario dell'Intendenza regia a Parigi; la madre, Françoise de Chavanson, una nobildonna di antica stirpe.
    Anche se competente in tutte le attitudini maschili, aveva indossato abiti femminili già dall'infanzia e mantenuto, poi, il gusto per l'abbigliamento femminile per tutta la vita.
    Negli anni aveva cambiato, all'occasione, come spia e dama di compagnia molti nomi e aveva collezionato foto di ermafroditi.
    In realtà Charles o Geneviève fino all'età di sette anni vestì come una fanciulla, ma a 13 partì da casa come maschietto per frequentare il prestigioso Collège Mazarin, dove si laureò in legge nel 1749. Era stato un bambino (o una bambina...) prodigio, con un talento precocissimo per le lingue ed una memoria prodigiosa. Divenne subito segretario di Monsieur de Sauvigny, quindi gli fu affidata dal re l'amministrazione del fisco parigino.
    Un talento poliedrico, condito da uno charme perturbante ed tali doti, a corte, non potevano passare inosservate.

    <<D'Eon è giovane, piccolo di statura, con un seno pronunciato e gambe proporzionate alla sua complessione fisica>>.
    Così lo descrive una nota di servizio dell'epoca. Charles-Geneviève tira divinamente di scherma, ma ha le spalle strette, i fianchi rotondi, un sorriso indecifrabile, la carnagione delicata.
    La sua prima apparizione pubblica vestito da donna in un ballo mascherato fu notata dal principe de Conti e dall'allora re di Francia Luigi XV che intuendo le possibilità delle sue ambigue sembianze, pensarono di utilizzare le sue doti trasormandolo in una spia impegnata in affari diplomatici.
    Nel 1755 fu così inviato in Russia come mademoiselle 'Lia de Beaumont', dove riuscì a diventare una confidente dell'imperatrice Elisabetta, la figlia di Pietro il Grande.
     L'anno dopo, di ritorno in Francia, riprese gli abiti maschili e per i servizi resi fu ordinato da re Luigi "Capitano di Dragoni". Continuò, però, a lavorare per il servizio segreto e dal 1763, in qualità di membro dell'ambasciata francese a Londra, fu coinvolto in numerosi intrighi politici.
    In questo periodo numerose furono le voci che lui era davvero una donna  e c'è chi arrivò a offrire 600 sterline a chi ne accerterà il suo sesso.
    Quattro anni più tardi Luigi XV muore e sul trono gli succede Luigi XVI.
    Il nuovo sovrano vuole mettere le mani sui documenti compromettenti che conservava D'Eon, e riescì a farlo rimpatriare.
    Nel 1775 il re gli concesse una cospicua indennità in cambio di quei importanti documenti  ma a condizione che dal quel momento in poi si dichiarasse donna e vestisse solo abiti femminili. Sarà la stassa Maria Antonietta, la regina delle brioche, a inviargli vestiti, parrucche, corsetti e persino una cameriera personale.

    Mademoiselle "Charlotte D'Eon" fece la sua prima apparizione pubblica nel 21 ottobre 1777, alla festa di S. Orsola (che subì il martirio con 11.000 vergini), ma a giugno 1778 stanco di essere donna, ritornò in Francia vestito come un Dragone essendogli anche stata sospesa l'indennità a causa dei fermenti in corso.
    Per aver disubidito e sfidato la parola data al re e per debiti non pagati, nel marzo 1779, fu incarcerato.
    Fu successivamente rilasciato, accettando di trascorrere il resto dei suoi giorni come donna, e, come tale, ritornò in Inghilterra, guadagnandosi da vivere come abile spadaccino, dando dimostrazioni pubbliche delle sue doti mentre indossava vestiti femminili.
    Nonostante sessantenne e appesantito, riescì a vincere tornei a Oxford, Birmingham e Brighton contro persone più giovani.
    Morì il 21 maggio del 1810 in povertà ai tempi di Napoleone, costretto a dividere la stanza con l'anziana vedova inglese di un ammiraglio, Mrs Mary Cole, che ignorava la sua doppia vocazione.
    Per trent'anni tutta l’Europa scommise sul vero sesso di D'Eon: donna, uomo o ermafrodito?
    Solo il medico incaricato della sua autopsia svelò il mistero dopo la sua morte.
    Si seppe, finalmente, che nonostante le caratteristiche di un corpo femminile, D'Eon era un vero uomo.
    Gli è stata dedicati un film dal regista francese Jacqueline Audry e di recente anche un cartoon manga.


     


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    2 febbraio 2008

    FATTURE & MALEDIZIONI

     
    Reperti Archeologici
     
     
    Nel corso degli ultimi tre anni, un nutrito team di archeologi dell'Università di Leicester ha lavorato su una serie di siti nel distretto della città inglese di Leicester. Tali scavi e sondaggi hanno portato al ritrovamento di materiale dell'era romana e medievale. Uno dei più interessanti reperti venuti fuori dal sito di Vine Street è una 'maledizione' scritta su un foglio di piombo e datata intorno al secondo o terzo secolo d.C. tradotta da alcuni specialisti dll'Università. La maledizione era rivolta a un ladro e l'autore invocava l'assistenza di un dio affiché facesse giustizia.
     
    "Al dio Maglus affido il nome del malfattore che ha rubato il mantello di Servandus.  Silvester, Riomandus, (seguono i nomi dei 18 o 19 sospettati) ... prima del nono giorno egli distruggerà la persona che ha rubato il mantello di Servandus ..."
     
     
    Il dio Maglus era una divinità celtica (Magalus o Magalos, forse un principe o un condottiero).
     
    Grazie a questo scritto gli archeologi sono venuti a conoscenza di molti nomi degli abitanti della Leicester romana, oltre i tre o quattro fino ad allora noti. La maledizione di Leicester risulta ben conservata e non era stata arrotolata, come i romani erano soliti fare. Tali piccole lamine, di forma rettangolare, contenenti formule mirate a danneggiare ladri, rivali o persone odiate, erano alquanto diffuse nel mondo romano. Venivano scritte con punte o stilo, arrotolate e poi inchiodate sul muro di templi o santuari, alcuni le sotterravano per avvicinarle al mondo dell'aldilà. Nei riti vudù, per esempio, spesso lo scritto era sostituito da oggetti o statuine rappresentanti la vittima su cui si operava la "fattura".

     

     


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    25 dicembre 2007

    NATALE 2007

     

    In giro per il mondo vi sono molte tradizioni secolari natalizie come:
     
    il Natale / Christmas per i Cristiani
    L' Hanukkah: per gli Ebrei 
    Kwanzaa: per gli Afro-Americani
    Solstizio d'inverno (Winter Solstice) per i Celti
    Imbolc per i Celti/Neo-Pagani
    Las Posadas per i Messicani
    Yule per i popoli Germanici
    Soyal per gli Indiani (Holi)
    Diwali per gli Hindu
    Dong Zhi per i Cinesi
    Rohatsu per i Buddisti
    Yalda per i Persiani
     
    In merito all'albero di Natale vi sono molte storie sulle sue origini, ma si dice che il primo albero di Natale fu tagliato da Martin Luther. Stava camminando in una una foresta con alberi di pino quando vide la luce della luna brillare attraverso i rami. Gli piacque tanto che pensò di tagliare un albero e portarlo a casa per metterci su delle candele accese. Un'altra leggenda dice che mentre San Bonifacio era in Germania a portare la parola di Gesu in giro, in un bosco incontrò alcune persone con candele accese intente ad effettuare un rito pagano con un ragazzo legato ad un albero. San Bonifacio li fermò e li convinse a mettere le candele su i rami dell'albero mentre gli parlava di Gesù e del suo amore per il prossimo. La terza versione si collega alla celebrazione di Adamo ed Eva della vigilia di Natale quando l'albero del Paradiso veniva decorato con mele e frutta e ne scaturì, poi, il peccato originale. Infine, si dice che è stato il principe Alberto marito della regina Vittoria a rendere popolare l'albero di Natale nel Regno Unito, quando nel 1841 ne preparò uno decorandolo secondo l'antica tradizione germanica.   

     
    Albero acceso sul grattacielo del Grand Prince Hotel Akasaka a Tokio.
     
    A Washington viene decorato il solito albero proveniente da Vermont’s Green Mountain National Forest.
     
    Albero in vetro a Murano.
     
    Nonostante il Natale in Russia viene celebrato secondo il calendario Ortodosso il 7 Gennaio l'albero nella piazza di Mosca è già presente.
     
    Uno degli alberi più grandi d'Europa a Praça do Comércio a Lisbona.
     
    L'albero di Natale preparato ogni anno nella piazza San Pietro a Roma.
     
    Venne regalato nel 1947 dalla Norvegia e da allora l'albero a Trafalgar square a Londra è una tradizione.
     
    Ecco l'albero fatto interamente di cioccolato, alto 6 metri e pesante 4.500 kg.  E' stato scolpito a mano da un tappezziere a Macerata Feltria.
     
    Per finire qualche insolita immagine di Natale:
     
    Sebbene gli indù sono Muslim il Natale è una importante festa in India.
     
    Natale perfino in Giappone.
     
    Babbo Natale ha 110 anni, secondo quanto riferisce il quotidiano tedesco 'Thueringer Allgemeine'. Finora la teoria piu' accettata era che Babbo Natale fosse comparso negli anni Venti, ma una collezionista ha scoperto tra i suoi cimeli una cartolina spedita in Germania nel 1897 sulla quale lo si vede che cammina tra la neve. Dal 1931 fu usato come testimonial per la pubblicita' natalizia della Coca Cola, che lancio' l'icona in tutto il mondo.
     
    Se vi interessa il vero indirizzo di Babbo Natale al Polo Nord (Alaska) eccovelo:
     
    North Polar - Santa Claus P.O. Box 56099  North Pole, Alaska 99705-1099
     
    Mentre se volete seguirlo mentre è in giro per il mondo visitate qui:
     

    Buone Feste

    Pall.Natale%20anim

     
    A U G U RI di un Buon Natale e F E LI CE Anno Nuovo a Voi!
     


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    permalink | inviato da feel il 25/12/2007 alle 1:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

    9 dicembre 2007

    Elizabeth Bathory

     
    La Contessa Sanguinaria
     
     
     
    Durante il Natale del 1609 il re d'Ungheria Matthias II (poi imperatore) mandò alcuni uomini a controllare il massicio castello di Csejthe (Cachtice), perché aveva sentito dire che parecchie donne giovani della zona fossero tenute lì prigioniere, se non uccise addirittura.
    La scrittrice francese Valentine Penrose ha descritto che cosa è accaduto nel libro “Erzsébet Báthory, La Comtesse Sanglante” del 1962, tradotto come “La contessa sanguinaria”, così come raccontato in La condesa sangrienta” della poetessa argentina Alejandra Pizarnik nel 1969. Un resoconto romanzato può essere trovato, invece, in “Blood Countess” di Andrei Codrescu, che fornisce una buona ambientazione all’accaduto. Tuttavia, i fatti derivano da una monografia della storia ungherese del diciottesimo secolo, scritta da Father Laslo Turáczi nel 1744 e da una pubblicazione tedesca del 1796, che si occupò delle leggende del ‘lupo-mannaro’ in giro nel mondo.


    Rovine del castello di Cachtice
     
    Il gruppo d’uomini inviato in cerca di prove, doveva fare attenzione perché la bella proprietaria del castello, conosciuta per i capelli nero brillante e per la sua pallida carnagione, era di sangue reale ed aveva relazioni con re, principi e cardinali. Era la vedova di un ricco conte ungherese conosciuto come “l’eroe nero” per il suo coraggio durante le battaglie contro gli invasori turchi, nonché la cugina del Primo Ministro Gyorgy Thurzo e la nipote di Stephen Báthory ex re di Polonia. Pertanto, se le voci persistenti dovevano risultare infondate c’era il rischio di inimicarsi la contessa, mentre, se vere, si doveva pur far qualcosa per fermarla.

    Stephen Bathory, re di Polonia

    In giro si diceva che proprio quella notte, al castello, doveva esserci una nuova macabra cerimonia, una cosa da prendere in considerazione se si voleva incriminare la nobildonna almeno di stregoneria, sebbene si sperava di coglierla in flagrante per altri atti devianti. La gente del villaggio, giù la collina, spesso affermava di udire grida provenienti dal castello e parlava di ragazze scomparse o di uccisioni. Lo stesso re aveva acconsentito alla spedizione perché era venuto a conoscenza che la contessa avesse rapito 9 fanciulle di buona famiglia. Il gruppo partecipante al raid era formato dal prete che aveva sporto denuncia, dal primo ministro Thurzo, dal governatore del posto (anch’egli un parente della contessa) e da parecchi soldati. La loro, doveva essere un’incursione improvvisata e non una visita programmata, anche per evitare di essere avvelenati da una qualche pozione preparata dalla contessa - che si diceva esperta nelle “arti nere” - semmai offerta come bibita al loro arrivo. Il freddo ed il buio rese difficile il viaggio e per evitare di essere scoperti, cautamente si arrampicarono in silenzio su per la collina verso il castello fino ad arrivare, senza essere scorti, alle mura. La maggior parte delle finestre erano buie,
      e, dal momento che il castello era molto grande, occorreva ispezionare molti posti. Con stupore si accorsero che il grande portone di legno era socchiuso, quasi come se qualcuno li
    stesse aspettando.  
     

    Interno del castello
     
    Mentre entrarono un gatto li fece sobbalzare, poi altri uscirono dall’ombra. Il prete ne contò almeno sei - avevano sentito dire che la contessa stregava i gatti per usarli come emissari – per questo il sangue gli si congelò. Entrati, nel corridoio videro una ragazza mezza nuda distesa a terra. Non sapevano se ubriaca o dormiente così alcuni di loro si avvicinarono. Era bianca e forse morta, ma poi udirono un gemito proveniente più avanti nel corridoio e, accorsi, trovarono un’altra ragazza seduta sul pavimento pallida e con il corpo pieno di piccoli buchi. Sembrava senz’anima ma, sebbene ancora viva, era inutile tentare di portarla al villaggio, il viaggio, non facile, richiedeva troppo tempo.
    A malincuore la lasciarono e proseguirono, mentre nell’aria un disgustoso odore di decomposizione aumentava. Più avanti un corpo femminile legato ad una colonna presentava segni di ustioni e tagli di frusta. Anche questo era pallido e inanimato. Qualunque cosa era capitata a quelle ragazze, doveva aver a che fare con riti di sangue e cerimonie sataniche.
     
    La torre di prigionia
     
    Impauriti, gli uomini cercarono le scale per raggiungere la torre di prigionia, mentre Thurzo, che da bambino era già stato lì, fece da guida. I battiti accelerati dei loro cuori eravano duri come le fredde pietre di quelle mura. Nel buio, non lontano, sentirono dei rumori e dei lugubri pianti. Seguendo quei suoni trovarono delle celle con donne e bambini richiusi, molti dei quali col corpo straziato da ripetute ferite. Era chiaro che anche queste persone dovessero essere sacrificate ed erano, ora, più fortunate di quelle che il gruppo aveva già incontrato. Prima di avventurarsi ulteriormente i prigionieri furono liberati e si dice che il gruppo trovò, poi, una grande stanza illuminata da molte torce e con degli strumenti di tortura in cui erano evidenti i segni di un’orgia appena avvenuta.
    Non c’è un’esatta descrizione di cosa è stato realmente trovato quella notte, dal momento che senza documenti scritti e dopo centinaia d’anni la realtà ha cominciato a fondersi con la leggenda. In parte vengono in aiuto, per questo, i verbali giudiziari redatti durante il successivo processo.



    Emblema Bathory
     
    Il suo nome era contessa Erzsébet Báthory ed era un membro di una famiglia potente, proprietaria della zona intorno le montagne carpatiche, vicino Trencín. J. Gordon Melton nel suo The Vampire Book dice che era nata nel 1560 ed era la figlia di Gyorgy Bathory Ecsendy, un protestante (una nuova religione a quei tempi), e di Anna Bathory Somlyoi, due antiche e ricche famiglie. Durante quel periodo, l'Ungheria partecipava a numerose battaglie fra l'impero ottomano e gli eserciti austriaci degli Asburgo. Alla morte del padre, Erzsébet appena di 10 anni fu mandata a Ecsed, una loro proprietà in Transilvania dove trascorse per poco la sua l’infanzia. Già a 11 anni, per motivi economici, fu promessa in matrimonio all’allora tredicenne conte Ferenc Nádasdy e per tale motivo fu poi mandata nel castello di questi a Sárvár (proprietà che rientrò tra i regali di nozze ricevuti).
     
     
    Erzsébet non era una bambina facile, né lo fu la vita per lei, malgrado fosse un membro della classe benestante e avesse ricevuto un’ottima istruzione. Soffriva d’emicrania e da collere incontrollate (qualcuno ritiene potesse trattarsi d’epilessia) che indicavano un disordine mentale probabilmente connesso con la forte aggressività.
    Durante la permanenza nella casa dei suoceri, a circa 14 anni, ebbe un rapporto con un contadino che la ingravidò. Per evitarle lo scandalo le fu sottratto il bambino alla nascita (non si sa se ucciso o dato alla famiglia del contadino) e si tenne il fatto segreto.
     
     
    Emblema Nádasdy
     
    All'età di 15 sposò il conte Ferencz Nádasdy, il rampollo di una delle famiglie più ricche e potenti d’Ungheria, infatti, suo padre Tamas Nádasdy era uno degli aristocratici più potenti del regno. Il ragazzo divenne, in seguito, un gran guerriero e per questo si assentava spesso dal palazzo. Erzsébet venne così a far parte di un’altra famiglia politicamente potente ma tutte note per i loro sprazzi di follia, depravazione e crudeltà. Si dice che da bambina, al castello, Erzsébet avesse subito continue violenze sessuali da parte del nonno. Sua zia, una signora distinta, era ritenuta, invece, una lesbica e una strega. Suo zio, alchimista, era considerato un servitore-del-diavolo, mentre suo fratello era un depravato intorno a quale nessun bambino maschio o femmina era considerato sicuro.
    A quel tempo suo cugino Stephen era diventato principe di Transylvania e stava progettando di unire molti paesi dell’Europa per combattere contro i Turchi, sebbene le numerose battaglie organizzate avessero esaurito le sue risorse economiche. Stephen era conosciuto per la sua malvagità e gli studiosi lo citano, tra l’altro, come prova di un qualche “disturbo” nella evoluzione genetica della famiglia. Dulcis in fundo, durante la sua infanzia la balia di Erzsébet fu Ilona Joo, arrestata nel 1610 perché aveva ucciso numerosi bambini nelle sue pratiche di magia nera. 
     
    "True Vampires of History" 
     
    Donald Glut in True Vampires of History (riprendendo i discorsi di Penrose) dice che, mentre Erzsébet cresceva (probabilmente con l’aiuto della nutrice), si esercitava nella stregoneria e nei primi anni scrisse su una pergamena (Penrose riferisce di una placenta di un neonato) un incantesimo di protezione:
    "Quando sono in pericolo mandami novantanove gatti. Ti ordino di fare così perché sei il comandante supremo dei gatti..... ordina ai novantanove gatti di accorrere veloci per mordere il cuore del re Matthias... e proteggere Elizabeth."
    Nel castello di Sarvar, Erzsébet imparò anche come mandare avanti una grande proprietà la cui gestione era passata totalmente nelle sue mani dopo la morte della suocera. Il suo crudele comportamento verso i servi divenne leggendario, sebbene non era raro, fra gli aristocratici, esercitare la loro superiorità con atti brutali e perfino con pene di morte per coloro che erano -da loro- considerati esseri inferiori. Erzsébet aveva tali geni nel suo DNA e aveva vissuto in quest’entourage, mentre i suoi impulsi ebbero maggior impeto anche a causa dell’assenza di responsabilità imputabile alla sua giovane età.
     
    Castello di Sarvar
     
    Varie fonti affermano che la ragazza risultava essere anche narcisista, cambiandosi d’abito cinque o sei volte al giorno, passando ore ad ammirare la sua leggendaria bellezza allo specchio ed usando oli e unguenti, in ogni circostanza, per conservare ed sbiancare la sua pelle.
    Gli era stato concesso qualunque cosa aveva desiderato ed era solita pretendeva continui elogi.
    Uno dei primi che la iniziò alla magia nera fu il mentore Thurko, con cui ebbe anche una relazione, e si dice che fuggirono insieme dal castello per una breve storia d’amore. Perdonata dal marito per questa fuga d’amore, Elizabeth entrò in conflitto con la suocera; ciò la rese molto nervosa facendo aumentare le sue crisi di mal di testa convulsivi. Nessuno può immaginare come il matrimonio la cambiò, ma non vi sono dubbi che il marito incoraggiasse il suo istinto sadico.
    (Penrose dice che Nádasdy tollerava solo la crudeltà di Erzsébet e non era lui a torturare i servi, mentre altre fonti affermano che era un duro ed era stato lui in prima persona ad insegnare a sua moglie come punire i subalterni). Uno dei suoi presunti metodi era quello di spandere del miele sul corpo della serva per lasciarla poi legata all’esterno in balia di insetti e api. Forse era lui che aveva mostrato a Erzsébet come procurare la morte mediante congelamento, versando acqua sopra il corpo della malcapitata e lasciandola poi nuda all’aperto, fino a che il corpo non si induriva senza potersi più muovere. Inoltre, aveva incoraggiato Erzsébet a picchiare la servitù a morte, cosa che, si dice, le procurava gran piacere. Mentre in guerra, a volte aveva mandato alla moglie incantesimi di magia dal posto in cui si trovava per rinforzare, si dice, il suo amore.
     
     
    Countess Bathory, by Istvan Csok
     
    Durante le continue assenze di Nádasdy, Erzsébet dedicava molto tempo alla magia e portava questi a conoscenza dei suoi progressi. Donald Glut rivela il contenuto di una missiva in cui la nobildonna descrive un rituale di sangue così come l’amante gli aveva insegnato: "Thurko me ne ha insegnato un’altro delizioso. Si prende una gallina nera e la si picchia a morte con una canna bianca. Si cosparge poi il sangue sul corpo della persona oggetto del rituale e se ciò è impossibile si sparge sui suoi indumenti”.
    Erzsébet Báthory ebbe anche molti amanti sebbene, come la zia, non disdicesse rapporti lesbici. Ebbe, ovviamente, anche un seguito di persone dedite alla magia, all’alchimia e alla stregoneria che sovente passavano al castello. Uno di questi fu un nobiluomo con pelle pallida e lunghi capelli scuri che, secondo Glut, si supponeva bevesse sangue umano (Penrose suppone, invece, si tratti di una donna) e venne invitato a vivere al castello per trasmettere le sue conoscenze alla contessa. Quando lei si stancò lo (o la) mandò via ritornando a praticare da sola (Glut afferma che l’ospite fu probabilmente ucciso).
    Dopo 10 anni di matrimonio e dopo avere generato quattro bambini, tre maschi ed una femmina, nel 1601 Nádasdy fu colpito da una malattia che pian piano gli fece perdere l’uso di una gamba e morire anzitempo nel 1604. Così, all’età di 44 anni, Erzsébet rimase vedova (Glut suggerisce che lo avvelenò.) La contessa approfittò della morte prematura del marito per cacciare dal castello la suocera e divenire la signora incontrastata di tutte le ricchezze della famiglia Nadasdy. In questo periodo lei si trasferì in un suo castello a Vienna, ma per poco. Qui ebbe una vita sociale più attiva, ma poi fece ritorno alle sue proprietà in Ungheria dove poteva dedicarsi a riti e torture con più segretezza.
     
     
    Ferenc II o Francisco, Conte Nádasdy de Nadasd
     
    Gordon Melton afferma che fino al 1609, per la sua “attività criminale”, la contessa era una figura poco nota, prima conosciuta come Anna Darvulia e poi come la vedova Erzsi Majorova. Non agiva da sola, ma si suppone fosse lei ad incoraggiare il rapimento delle ragazze. Giovani ragazze o bambini cominciarono a scomparire dai villaggi vicini e lontani. Le famiglie non sapevano cosa fare ed avevano paura di accusare dei nobili e quindi solo in confessione, ai preti, raccontavano ciò che sapevano. Per anni la carrozza di casa Nádasdy, trainata da cavalli neri, era stata vista correre di notte per portare giovani fanciulle al castello, mentre nessun contadino aveva mai visto il contrario. Non c’era il coraggio di parlare e di rischiare di nuovo una dura repressione come quella subita durante la rivolta dei contadini del 1524. L'antropologo tedesco Michael Wagener precisa che Erzsébet continuò ad usare la tortura dopo la morte del marito e raffinò anche i suoi metodi. E dice: “le sfortunate ragazze allettate dall’idea di lavorare al castello, venivano rinchiuse in cantina. Qui spesso erano picchiate fino a quando i corpi erano gonfi. Erzsébet torturava spesso le vittime da sola e cambiava i loro vestiti pieni di sangue per ricominciare la tortura. I corpi rigonfi potevano a questo punto essere tagliati con dei rasoi.  Li tagliava a pezzi occasionalmente, ma solo se li doveva bruciare."
    Alcune testimonianze affermano che era psicotica e che la malattia mentale aumentò con l'età. Molti di questi particolari vennero fuori solo durante le udienze processuali.
    David Everitt nel suo Human Monsters” del 1993 indica che a volte cuciva la bocca delle ragazze forzandole a mangiare pezzi di carne tolti dal loro stesso corpo o a bruciare i loro genitali.
    Michael Wagener racconta, invece, che una volta mentre era malata e non poteva dar sfogo alla sua crudeltà, come una bestia selvaggia morse una persona che si era avvicinata al suo letto.
    Quando le giovani ragazze dei villaggi cominciarono a scarseggiare, Erzsébet, per la prima volta, pose il suo sguardo su ragazze di più alto ceto. Se fino ad ora era riuscita a caversela, l’arroganza la portò all’esagerazione così come capitato ad altri serial killer. Tale novità la eccitava enormemente.  

    Sabine Baring-Gould
     
    L’autore inglese Sabine Baring-Gould con The Book of Werewolves” del 1865, ha preso a riferimento il comportamento della Erzsébet per parlare in merito a certi fenomeni psicologici. "La crudeltà può rimanere latente fino a quando, per caso, viene fuori ed esplode poi violenta." Egli afferma che la passione per il sangue segue lo stesso modello:  "Non possiamo immaginare con quanta violenza tali persone possono infierire fino a quando le circostanze non li portano a reagire…. la passione travolge e porta via la serenità.
    Una parola, uno sguardo un tocco sono sufficienti ad accendere tale passione e rovinare per sempre un’esistenza. La sete di sangue può nascondersi in una persona, perfino in qualcuno che amiamo senza che ce ne rendiamo conto, rimanendo latente e bloccato perché sopraffatto dai principi morali”.
    Per avere più cavie a disposizione, Erzsébet cominciò ad offrire lezioni di “comportamento” ai rampolli delle famiglie nobili. Nel 1609 la contessa tentò di far passare come un suicidio l’uccisione di una di queste ragazze e tale incidente sospetto, insieme alle numerose e continue dicerie che da anni giravano sulla nobildonna, portò le autorità, finalmente, ad agire col consenso del sovrano. Qualcuno afferma che il re acconsentì perché tempo prima Erzsébet aveva chiesto il pagamento di quanto suo marito aveva prestato alla corona e, se le accuse su di lei risultavano fondate, il debito veniva, poi, a cadere.
     
    Ritratto della Countess Bathory  
     
    In effetti, le voci si erano rilevate fondate e quella notte Thurzo insieme al gruppo, chiuse Erzsébet nella fortezza lasciando alcune guardie a sorvegliarla. A differenza degli altri, nelle lettere di Thurzo, però, risulta che fu trovato il corpo di una sola ragazza con le mani bruciate e i seni mordicchiati, azioni queste, giustificate dalla contessa in quanto la malcapitata era stata scoperta a rubare delle pere, mentre non veniva menzionata nessuna eventuale orgia, probabilmente per cercare di non infangare ulteriormente la reputazione della famiglia, visto il rapporto di parentela che legava il ministro all’accusata.
    Mentre la Bathory era in attesa dell’udienza, il castello fu ispezionato in cerca di altre prove e furono trovare ossa e resta umane insieme a vestiti e oggetti personali di alcune delle ragazze scomparse. La testimonianza dei luogotenenti di Thurzo parlano, invece, di cadaveri presenti un poco ovunque, a volte senza braccia o occhi, seppelliti in tombe poco profonde o nei camini non completamente bruciati.
     
    Resti del castello visti dalla collina
     
    Gli aiutanti della contessa, suoi complici (e le poche ragazze sopravvissute) portarono a conoscenza i giudici di molti particolari, specialmente per evitare altre torture e spinti dalla speranza di ricevere clemenza. Erzsébet non partecipò alle udienze e lei stessa non testimoniò, mentre nel frattempo rimaneva confinata grazie anche all’intercessione di parenti “influenti” che ottennero che lei rimanesse al castello fino all’emissione della sentenza definitiva. Ventuno erano gli addetti alla giuria che, presieduta dal giudice della Corte Suprema Theodosius de Szulo, il 2 gennaio 1611iniziarono il processo. Furono chiamati a deporre numerosi testimoni tra cui i genitori delle persone scomparse, sebbene i principali testimoni fossero i servi della contessa e la gente che l’aveva aiutata nella sua sanguinaria campagna.
    Secondo Penrose, ai testimoni furono poste sempre le stesse 11 domande e dalle risultanze, alla fine, Erzsébet risultò uno dei più crudeli “mostri” che la storia avesse mai creato.
    Janos Ficzko, un nano che aveva lavorato per Erzsébet per 16 anni e che secondo le sue dichiarazioni era rimasto al castello contro la propria volontà, non ricordava a quante uccisioni avesse partecipato, dicendo che forse n’erano 37. I corpi di cinque ragazze erano stati nascosti in alcune buche, due sepolti in giardino, due portati di notte in una chiesa e via dicendo. Alcune donne dei villaggi vicini avevano partecipato alla ricerca di ragazze solo con lo scopo di ricevere in cambio soldi o regali. Tali ragazze, scelte per giovinezza, bellezza e per la morbidezza della loro pelle, erano portate al castello con la promessa di ottenere un lavoro.
    Chi si rifiutava era picchiata e condotta con la forza, legata e poi infilzata con aghi e forbici. Al castello veniva, poi, picchiata a morte (come precisato da Penrose) fino a quando il corpo diventava nero come il carbone.
    Dorko (Dorotya Szentes)
    , altra complice e procacciatrice di “prede”, tagliava una ad una le dita con una cesoia e poi le vene con le forbici. 
     
     
     
    Ilona Joo ammise di averne uccise 50 applicando attizzatoi roventi nella bocca o nel naso. Raccontò che ad Erzsébet piaceva forzare l’apertura delle labbra con le mani, strappare pezzi di carne con le tenaglie per infilarvici le dita o picchiare e tagliare a pezzi. Non si fermava neppure se ammalata, facendosi portare, in tal caso, le ragazze vicino al letto, intorno al quale erano posti dei braceri per contenere il sangue. A volte le piaceva bruciare i genitali accendendo dell’olio in mezzo alle gambe oppure usando candele accese. Quando i corpi erano seppelliti in posti segreti, spesso si cantavano delle apposite cantilene. Altri servitori dichiararono che appena arrivate, le ragazze erano chiuse nella torre di prigionia e fatte ingrassare con la speranza di avere, poi, più sangue a disposizione per le magie effettuate al chiar di luna. Le ragazze, spesso, erano obbligate anche a prendere parte a libidinosi atti sessuali e chi si opponeva o dava fastidio era torturata ed uccisa per prima. Un testimone affermò di aver visto, una volta, il diavolo in persona distendersi sulla contessa e dopo averla ammaliata giacere con lei con un enorme organo sessuale.
    Andrei Codrescu dichiara che solo una serva, tra le tante, si rifiutò di testimoniare contro la contessa e per questo gli furono cavati gli occhi e tagliati i seni prima di venir bruciata sul palo (la punizione destinata alle streghe).
    Sebbene a quei tempi la tortura fosse un’attività comune per la giustizia e la chiesa, il racconto di simili particolari lasciava, giorno per giorno, i giudici sempre più allibiti. Alla fine, in base alle testimonianze raccolte ed agli scheletri o parti di cadeveri ritrovati al castello, la contessa ed i complici furono condannati per l’omicidio di 80 persone.
     
    Paese visto dal castello 
     
    Nella seconda parte del processo fu considerata come prova anche un registro scritto da Erzsébet su cui erano stati annotati nomi e piccoli dettagli di più di 650 persone, probabilmente tutte giunte al castello. Ma non c’erano prove certe sull’uccisione di così tante persone e sebbene Penrose dice che durante il processo, il re Mattia aveva inviato una lettera a Thurzo in cui parlava di circa 300 vittime, il capo d’accusa rimase fermo sulle precedenti 80 uccisioni. Tutti i complici, dopo le torture subite per ottenere delle confessioni, furono giustiziati in modo orrendo: decapitazione, arsi sul rogo o sepolti vivi, mentre nel frattempo i giudici decidevano quale sorte spettasse alla contessa.
    Il re era favorevole alla pena di morte, ma trattandosi di un nobile, per poter procedere, occorreva che il re promulgasse un altro statuto speciale che privasse, appunto, la contessa dell’immunità reale. In merito al processo, il primo che il re aveva dovuto emettere riguardava, invece, il luogo a procedere contro un nobile, cosa infatti non perrmessa dall’allora vigente normativa. Il ministro
    Thurzo cercò di far capire che la sua parente aveva, probabilmente, commesso tali crimini senza rendersene conto. Ma i giudici affermarono che l’alto numero d’apparecchiature di tortura presenti al castello lasciava capire che lei provasse piacere a portare avanti i suoi atti devianti, anche se non era in grado di controllare la propria crudeltà. Nonostante ciò, grazie anche ad altre “influenze” esterne, si decise per una ‘carcerazione a vita’ da tenersi in alcune stanze del proprio castello a Cahtice, senza che ci fu neanche una normale sentenza scritta. La contessa continuò a sostenere la sua innocenza adducendo malattie contagiose ed avvelenamento, come cause delle morti dei suoi contadini. Il figlio di Erzsébet, come unico erede ed amministratore, scrisse una lettera in favore della madre chiedendo la grazia mentre sua figlia Anna fece solenne giuramento che nè lei nè i suoi figli avessero mai più parlato con Erzsébet. 
     
     
     
     
    Così la contessa fu murata nelle stanze (anche porte e finestre) e nel muro fu lasciata sola una fesssura per il passaggio del cibo e dell’aria. Dopo tre anni d’isolamento, nell’estate del 1614, a soli 54 anni, Erzsébet morì.
    Glut dice che si capì dai piatti di cibo rimasti intoccati vicino alla fessura, mentre chi vi guardò attraverso vide il corpo della donna disteso a terra. Quando la parete fu buttata giù per prendere il corpo, si dice che fu trovato un documento col quale lei era ricorsa alla magia nera per mandare 99 gatti a strappare il cuore ai suoi giudici e accusatori ed il prete che lo lesse, pensò che i gatti che aveva visto quella sera di tre anni prima, potevano proprio far parte di quei 99. Nel libro “The Vampire Companion”, Melton precisa che nessuna prova fu offerta in merito alla presunta abitudine della Báthory di bagnarsi nel sangue delle vittime. Nessuno pose il problema o ne fece testimonianza, inoltre gli atti del processo furono sigillati per non imbarazzare ulteriormente il mondo aristocratoco ungherese, mentre a nessuno fu permesso, in futuro, di menzionare il nome della contessa.
    Un secolo dopo Laszlo Turáczi ha raccolto documenti e dicerie ponendoli nel suo libro che parla di vampiri. Melton dice che fu proprio Laszlo Turáczi a parlare per primo dell’abitudine della contessa di fare il bagno nel sangue delle sue vitttime per mantenersi giovane, pubblicando, tra l’altro, il libro in un periodo storico in cui era alta la paura verso i vampiri (Penrose afferma che questa è solo una annotazione sorta successivamente).
    E’ difficile dire quanto di vero c’è in queste leggende ma, sebbene in molti scritti Erzsébet si presenta come un vero vampiro, lei non ha mai bevuto sangue, nonostante Penrose la chiama vampiro nel suo libro e sul suo conto, si sono negli anni, ispirati vari film in cui i vampiri sono donne.
     
     
     
    Conte György Thurzo de Bethlemfalva de Arwa 
     
    Al di là se Erzébet Bathóry bevve o si immerse nel sangue, fu sicuramente ossessionata dalla giovinezza, dalle ragazze e dalla loro pelle, divenendo, poi, un tiranno sanguinario anche durante un periodo in cui gli aristocratici raramente erano sul banco degli imputati per fatti simili. 
    Pur trascurando testimonianze e particolari acquisiti attraverso la tortura, le prove che molte ragazze scomparvero, la testimonianza di superstiti o di persone con ferite e lesioni, nonché la scoperta di resti umani, tutto non fà altro che confermare l'accusa di tortura e di serial killer a carico della contessa sanguinaria.
     
     
    Libera traduzione e adattamento della pagina: http://www.crimelibrary.com/serial_killers/predators/bathory/11.html
     

    1 novembre 2007

    CAPODANNO CELTICO


    Samhain - Halloween - Calenda 
    Samonios, Samhiunn, Trinoux Samonia
     31 Ottobre - 1 Novembre
     
     
     
    Abbiamo iniziato l’articolo sul precedente esbat dicendo che era l’ultimo dell’anno.
    Infatti, l'anno celtico conosceva soltanto due stagioni - l'inverno e l'estate - e l'inverno cominciava proprio il 1° novembre, periodo in cui avveniva la gran festa d'inizio d'anno (l'estate si inaugurava col calendimaggio). Il capodanno celtico si chiamava Samhain (“Sam-huin” significa “fine dell’estate”), la festa (sabbat) di fuoco maschile insieme a Beltane (mentre Imbolc e Lughnasadh erano femminili o esbat) e il dio e la dea celtica patroni di questa festa erano il Dagda (Eochaid Ollathair) e la Morrigan (Dea Madre o uno degli aspetti della dea Dana).
    In questo periodo, in Irlanda, si spegnevano tutti i fuochi che venivano poi riaccesi il giorno dopo, col nuovo fuoco sacro preparato dall'alto sacerdote dei Druidi, sulla collina di Tlachtga a 12 miglia dalla sacra collina di Tara (o, secondo altre fonti, nel mezzo dell'Irlanda a Usinach). Con esso i membri di ciascuna famiglia accendeva poi le torce da riportare indietro per riaccendere il fuoco nei rispettivi focolari domestici, da mantenere costantemente accesi per il resto dell'anno.
    Durante la notte, armati di una piccola falce d'Oro, i Druidi si recavano nelle sacre selve di querce secolari per raccogliere un ramo di vischio. L’Albero era la Via simbolica che univa ciò che in Alto con ciò che era in Basso, e il vischio che non affonda radici nella terra, era, invece, simbolo di Luce divina che discendeva nel Giorno di Samhain.
    Con il cibo e le bevande dell'aldilà (vino, birra e idromele) si banchettava per tutta la durata della festa, da un minimo di 3 giorni a un massimo di 6 settimane, fra riunioni, battaglie, profezie, incantesimi e sacrifici rituali in onore del dio della fertilità Dagda e della sua sposa Morrighan.
     
    E’ questo il tempo, quando simbolicamente la dea (luna) si addormenta e passa lo scettro al vecchio e stanco dio (sole). Quel dio bambino che è ora adulto e maturo, colmo d’esperienza e di saggezza e che Lei esorta a festeggiarne la propria Morte che avverrà tra breve (a Yule). La morte sarà necessaria per poter permettere al dio stesso di rinascere col nuovo ciclo della Ruota delle stagioni. E’ questo un periodo di oscurità dove la notte è più lunga del giorno.
    L’inverno è arrivato, la stagione del raccolto è finita, mentre la Natura tutta si prepara al riposa: l’opera è compiuta. Dopo Samhain è proibito raccogliere qualunque cosa lasciata nei campi, poiché appartiene oramai agli spiriti della natura. È giunto il tempo di prepararsi per l'oscurità che verrà. È tempo di concludere qualsiasi commercio non finito in estate, è tempo di saldare i debiti e i crediti ed eventualmente di riscuotere gli interessi.
     
    Voi che siete vecchi qui tornate di nuovo giovani!
    Poiché questa è la Terra della Giovinezza,
    La Terra Splendente, l'Isola delle Mele.
    Qui non mancano mai gli alberi;
    ci sono alberi dovunque, il cuore della luce.
    È un pozzo del silenzio,
    sprofondate giù, sprofondate nel sonno,
    accanto a quel pozzo profondo e verde.
    SeguiteLo, Egli è qui,
    il Confortatore, il Consolatore,
    il Conforto del Cuore, e la Fine del Dolore.
    Egli è la Guida: il cancello è aperto.
    Egli è la Guida: il cammino è sgombro.
    Egli è la Guida: la Morte non è una barriera,
    poiché Egli è il Signore della Danza delle Ombre,
    Re del Regno dei Sogni.
    (da Starhawk, La danza a spirale, Macro)
     

    Samhain è il tempo quando il velo fra questo mondo e l'Altromondo (Sìdh) è più sottile e gli spiriti dei morti e anche i mortali possono passare liberamente da un mondo a un altro: è la “Festa degli spiriti”. Calenda era vista come periodo in cui si poteva facilmente prevedere il futuro e i Druidi lo consideravano uno dei momenti migliori per predire la fortuna. Come per le altre principali feste celtiche, era un passaggio, una celebrazione della transizione da una stagione all'altra. Nella mitologia celtica, nel cuore di ogni entrata (porta) c'era un paradosso. Letteralmente la soglia sta fra due luoghi (mondi), ma essa stessa, non è né dentro né fuori, ma è allo stesso tempo in entrambi. Così Samhain apparteneva sia all'estate che all'inverno o a nessuno dei due.
    Era il cancello per l'inverno e un tempo magico di passaggio fra le due stagioni.
    In questo capodanno pagano si celebra la morte del vecchio e l'inizio del nuovo anno, due aspetti della vita che rappresentano la purificazione e la rigenerazione. A livello iniziatico, è una data molto importante, il punto di partenza e l’inizio dell’anno esoterico. E’ la notte più magica dell'anno, non solo propiziatrice di beni materiali, ma anche di preziosi doni spirituali che preparano la via per la realizzazione e per la conquista del potere e della conoscenza.
    E' tempo di riflessione, di viaggi interiori per potere scoprire quegli aspetti di noi stessi che necessitano di essere cambiati prima che possa iniziare una nuova vita.
    E’ tempo di chiedere e soddisfare anche i bisogni materiali per poter poi soddisfatti dedicarsi allo spirito. E' la Grande Festa del Mondo Invisibile, dove è permesso chiedere per ottenere e dove una Scintilla Divina discende, per unirsi all'essenza dell'uomo e risvegliare in lui quelle energie dimenticate che danno il Potere e la Conoscenza. E’ d’uso, in questo giorno, scrivere su dei foglietti le cose da dimenticare per sempre, da bruciare poi sul fuoco acceso per Samhain (o su una candela di colore nero). Quando i Romani, durante il primo secolo, invasero la Bretagna e vennero a contatto con molte celebrazioni, decisero di gemellare la
     festività di Pomona, la  loro dea dei frutti e dei giardini, con quella di Samhain,  onorandola agli inizi di Novembre. Durante questa festività erano offerti frutti (soprattutto mele) alla divinità per propiziare la fertilità futura. 

    In molte aree d'Europa, dove la popolazione era prevalentemente pagana e credeva all'esistenza delle streghe e della stregoneria, i riti più importanti erano due, quello della “notte di Valpurga”  il 30 Aprile e il “Black Sabbath” del 31 Ottobre. Com’è accaduto con altre feste pagane, la Chiesa cercò di far sua anche la gran festività di Samhain.

    Visto che in precedenza, la chiesa cattolica non era riuscita a sradicare gli antichi culti pagani,  legati soprattutto alla tradizione celtica, nel 601, Papa Gregorio I  promulgò un celebre editto secondo il quale era meglio cercare di non spodestare i costumi e le credenze pagane, ma di ben servirsene gemellandole ai riti cristiani.

    Nel 835 Papa Gregorio II spostò la festa di "Ognissanti" dal 13 Maggio al 1° Novembre, pensando così di dare un nuovo significato al culto pagano. Tuttavia l'influenza profonda e variegata del culto di Samhain non fu sradicata e per questo motivo, più tardi nel 998, Odilo abate di Cluny aggiunse una nuova festa: il 2 Novembre il “Giorno dei Morti” in memoria delle anime degli scomparsi, così da soddisfare l'aspirazione generale di un giorno per la commemorazione dei morti.  A tal proposito, molto sentita e folkloristica è quella messicana del "Dia de los Muertos" quando ogni negozio si riempie di ‘calaveras’, ovvero di maschere e dolci a forma di teschio o di scheletro. Nonostante ciò, l'antico rito celtico del Fuoco Sacro sopravvisse ancora in Inghilterra, con la festa del “Guy Fawkes Day” del 5 Novembre, mentre in Europa altre usanze pagane furono spostate a Capodanno (fuochi d’artificio, previsioni, strenna). Tra il popolo, comunque, le vecchie abitudini furono adattate alla nuova festa e al suo mutato significato, mantenendo la credenza che in quei giorni, i defunti potevano tornare tra i viventi, vagando per la terra o recandosi dai parenti ancora in vita.  

     
    [La leggenda di "Guy Fawkes"]

    Si racconta che nel 1605, ai tempi del re Giacomo I - un sovrano assoluto che cominciò a regnare da fanciullo, sotto il quale Inghilterra e Scozia furono unite, mentre si cercava di favorire la religione cattolica - fu organizzato un complotto contro il re e un certo Guy Fawkes ebbe l'incarico di far saltare il palazzo reale, in cui ancor oggi si riunisce il governo inglese.
    Di nascosto, notte dopo notte, Guy Fawkes si introduceva furtivamente nei sotterranei del palazzo ammassandovi esplosivo. Quando n’ebbe messo la quantità necessaria, preparò una lunga miccia che, accesa, avrebbe dovuto mandare in briciole l'intero palazzo e con lui tutti i membri del Parlamento che, il giorno 5 novembre, erano riuniti per un'importante discussione. Qualcuno, però, fece la spia e Guy Fawkes fu catturato prima di poter accendere la miccia! Da quel giorno, ogni 5 novembre, secondo la tradizione, dei soldati vestiti con le divise del tempo, percorrono quei sotterranei facendosi luce con vecchie lanterne, come se fossero di nuovo alla ricerca dell'attentatore.  Mentre, nei giorni precedenti, ragazzi e ragazze, con la faccia dipinta di nero, nasi rossi, vestiti troppo larghi e troppo lunghi e cappelli ammaccati sulla testa
    vanno in giro in gruppi di due chiedendo denaro che servirà ad acquistare razzi e mortaretti con i quali, poi, nel giorno di Guy Fawkes, faranno una grande esplosione di gioia. Altri, invece,  incendiano un pupazzo trasportato su un carrettino.

    Presso i popoli dell'antichità, la celebrazione di "Tutti i Santi" iniziava al tramonto del 31 ottobre e pertanto la sera precedente al 1° Novembre era chiamata "All Hallows' Eve" che venne abbreviato in "Hallows' Even", poi in "Hallow-e'en" ed infine in Halloween.

    "All Holy Even" è un'altra parola da cui potrebbe derivare il termine Halloween.
    Anticamente la gente credeva che nella notte di Halloween gli spiriti abbandonassero le tombe per cercare di ritornare nelle proprie case. I Druidi credevano che Tuetatés dio dell’al di là, liberasse le anime dei defunti dell’anno, per permettergli di ritornare un’ultima volta nelle loro famiglie. Pertanto, timorosi di essere visitati dai vecchi proprietari della loro casa, indossavano maschere per spaventare gli spiriti. Per questo, si lasciava anche cibo e doni sulla porta di casa per placare le anime ed invitarle a proseguire il loro cammino. S’iniziarono anche ad intagliare e dipingere delle facce nelle rape in cui si mettevano candele illuminate, sperando che il simulacro di un'anima, potesse far scappare i fantasmi. La spaventosa carestia delle patate, in Irlanda (1845-50), obbligò più di 700.000 persone ad emigrare in America. Questi emigranti portarono con loro anche la tradizione di Halloween e di Jack O'Lantern, ma le rape non erano così diffuse come in Irlanda, così le sostituirono con le zucche. Sebbene la celebrazione cattolica di Halloween ha origini pagane molto più remote e pone le sue radici nella civiltà Celtica, oggi, ha perso il suo significato religioso e rituale, per diventare, negli USA specialmente, una festa dedicata ai bambini e rivisitata come la "notte delle streghe e dei fantasmi". Qui ci si traveste da streghe, mostri o diavoli e i bambini girano di casa in casa dicendo la famosa frase "Trick or treat?", ottenendo in cambio dolcetti e caramelle. 
    Tradizione questa, analoga per esempio al rito della “Questua” fatta in alcune regioni d’Italia.

    [ La leggenda di Jack O'Lantern ]

    Jack O'Lantern (conosciuto anche come Lantern Man, Hob' O Lantern, Fox Fire, Corpse Candle Will O' The Wisp, o semplicemente Will) nasce da una leggenda irlandese che parla di un imbranato ("Ne'er-do-well" = Non ne combino una giusta) chiamato Stingy Jack. Quest'uomo, un fabbro noto giocatore d'azzardo e bevitore, durante una notte di Halloween ebbe la sfortuna di incontrare il Diavolo in persona! Jack era un po' ubriaco, ma cercò di ingannare il Diavolo, offrendogli la propria anima in cambio di un'ultima birra. Il Diavolo accettò e si trasformò in una moneta d'oro, in modo che Jack (avendo finto di essere senza soldi) potesse pagare il barista. Subito Jack prese la moneta, la chiuse nel suo borsellino e pagò il barista con una moneta d'argento che aveva in tasca. Jack liberò il Diavolo, che gli promise di non reclamare la sua anima per i prossimi 10 anni.
    Passarono 10 anni.
    Jack stava camminando per la strada, quando incontrò di nuovo il Diavolo che voleva la sua anima! Jack, pensando rapidamente, disse: "D'accordo, verrò con te. Ma come ultimo desiderio mi prenderesti una mela da quell'albero?" Il Diavolo, pensando che non aveva niente da perdere ad accontentare Jack, saltò sul melo. Ma svelto Jack intagliò con il suo coltello una croce nel tronco dell'albero, impedendo al Diavolo di scendere!
    Così Jack riuscì a farsi promettere dal Diavolo che non avrebbe mai più reclamato la sua anima.
    Diversi anni dopo Jack morì. Bussò alla porta del Paradiso, ma non lo fecero entrare perché aveva commesso troppi peccati nella sua vita.
    Così si presentò all'Inferno, ma il Diavolo lo dovette mandare via, perché aveva promesso di non reclamare mai la sua anima. "Ma allora dove posso andare?", chiese Jack. "Torna da dove sei venuto!" gli rispose il Diavolo.
    La strada era buia e ventosa. Jack chiese al Diavolo qualcosa per farsi luce. Il Diavolo, come ultimo favore, gli lanciò dei carboni ardenti, che Jack infilò in una zucca bucherellata, per ripararli dal vento e non farli spegnere. Da allora Jack vaga nella notte con la sua lanterna, in attesa del Giorno del Giudizio.

    Nella tradizione celtica non esistono né diavoli, né demoni, tuttavia le Fate erano spesso considerate ostili e pericolose dagli uomini che erano risentiti dal dover condividere con loro le proprie terre. La gente, infatti, credeva che i morti risiedessero in una landa d’eterna giovinezza e felicità chiamata Tir nan Oge e riteneva che a volte i morti potessero soggiornare assieme al Popolo delle Fate nelle collinette di cui il territorio scozzese ed irlandese è contornato. Le leggende narrano che nella notte di Samhain le Fate solevano fare alcuni "SCHERZETTI" agli umani, portandoli a perdersi nelle "colline delle Fate" dove rimanevano intrappolati per sempre. I Celti quindi, per guadagnarsi il loro favore erano soliti offrire del cibo o latte alle Fate, che era lasciato sui gradini delle loro case.  In giro, ancora oggi si possono ritrovare gesti e pratiche tradizionali, sopravvissute sotto forma di superstizione o trasformate ed adattate alla religione cristiana, per la celebrazione di queste feste. Ma vi sono altre usanze di cui parlano fiabe e leggende. La tradizione popolare riferisce che la notte di Samhain si praticavano dei riti divinatori che riguardavano previsione del tempo, matrimoni e la fortuna per l'anno venturo. Vi erano due riti: quello dell'immersione delle mele e quello dello sbucciare la mela. L'immersione delle mele era una divinazione per un matrimonio: la prima persona che mordeva una mela si sarebbe sposata l'anno seguente. Sbucciare la mela era una divinazione sulla durata della vita. Più lungo era il pezzo di mela sbucciato senza romperlo, più lunga sarebbe stata la vita di chi la sbucciava. In Scozia, la notte di Samhain le persone seppellivano delle pietre nella terra che venivano ricoperte di cenere e lasciate indisturbate. Al mattino se una pietra era stata smossa, significava che la persona che l'aveva seppellita sarebbe morta entro la fine dell'anno. In quasi tutte le regioni italiane, poi,  vi sono pratiche e abitudini legate ai defunti. Una delle più diffuse era l'approntare un banchetto, o anche solo un piatto con delle vivande, (o gli avanzi) dedicati e da lasciare ai morti. In alcune regioni era perfino d’uso lasciare il letto rifatto per i morti che si credeva ritornassero per riposarsi. E' questo il motivo ripetitivo che ispirò poesia di Pascoli "La tovaglia", dove la sensazione della presenza dei morti nella casa, nel silenzio della notte, è resa in maniera commovente e affascinante.
     

    [La tovaglia (PASCOLI)]

    Le dicevano: - Bambina! che tu non lasci mai stesa, dalla sera alla mattina,
    ma porta dove l'hai presa, la tovaglia bianca, appena ch'è terminata la cena!
    Bada, che vengono i morti! i tristi, i pallidi morti!
    Entrano, ansimano muti. Ognuno è tanto mai stanco!
    E si fermano seduti, la notte intorno a quel bianco.
    Stanno lì sino al domani, col capo tra le due mani, senza che nulla si senta,
    sotto la lampada spenta. - E` già grande la bambina:
    la casa regge, e lavora: fa il bucato e la cucina, fa tutto al modo d'allora.
    Pensa a tutto, ma non pensa, a sparecchiare la mensa.
    Lascia che vengano i morti, i buoni, i poveri morti.
    Oh! la notte nera nera, di vento, d'acqua, di neve,
    lascia ch'entrino da sera, col loro anelito lieve;
    che alla mensa torno torno, riposino fino a giorno, cercando fatti lontani
    col capo tra le due mani. Dalla sera alla mattina, cercando cose lontane,
    stanno fissi, a fronte china, su qualche bricia di pane, e volendo ricordare,
    bevono lagrime amare. Oh! non ricordano i morti, i cari, i cari suoi morti!
    - Pane, sì... pane si chiama, che noi spezzammo concordi:
    ricordate?... E` tela, a dama: ce n'era tanta: ricordi?...
    Queste?... Queste sono due, come le vostre e le tue,
    due nostre lagrime amare cadute nel ricordare!

      Simboli di questa festa sono prevalentemente la zucca, le nocciole e la mela.
    La mela (vita e immortalità) frutto sacro in molte tradizioni, riassume in sé tanti significati che fanno capo alla triade - amore - conoscenza - morte.
      
    E' il frutto della conoscenza proibita come nel caso della Bibbia, ma più spesso come conoscenza da "coltivare". Infatti, nella tradizione celtica il legno del melo è uno dei nove Legni Sacri dei Druidi, usato per accendere i fuochi delle cerimonie sacre. La mela nasconde al suo interno un simbolo sacro. Se si taglia il frutto orizzontalmente, si vedrà al centro una stella a cinque punte, la cui simmetria riflette la Sezione Aurea del numero sacro ai pitagorici. Il pentagramma. Le mele sono anche per questo usate negli incantesimi per tenere unita una coppia o trovare l'anima gemella, mentre il legno del melo si utilizza per costruire talismani per la longevità, l'eterna giovinezza e l'immortalità. Il ricordo del cibo degli dei e delle fate permane nel Nord Europa sotto forma di sidro, vino di mele, o di "wassail" (bevanda tipica di Yule) di sidro bollito con spezie e mele intere. Queste bevande sono consumate durante il Solstizio d'Inverno o a Halloween come augurio di prosperità. Le nocciole sono il frutto simbolo dell’ispirazione e della sapienza magica (i frutti sono mangiati prima della divinazione) e il nocciolo era un albero sacro ai Celti, simbolo di saggezza e di segreta conoscenza. All'albero al legno ed al frutto del nocciolo, anche le streghe di casa nostra, riconoscono doti particolari. In alcune regioni ci sono dei dolci e delle cibarie fatte appositamente per la festa dei morti. Questi cibi, anche se appartenenti alla tradizione cristiana, hanno spesso origini precedenti. Dolci e pani antropomorfi per scopi rituali, ad esempio, esistevano già al tempo dei Romani. Cibo di rito per la ricorrenza dei morti, sono sicuramente anche le fave.


    [In alcune località, le ragazze in età da marito usavano mettere sotto il cuscino tre fave: una con la buccia, una senza e una terza morsa su un lato. Durante la notte la ragazza doveva "pescare" una delle tre fave che rispettivamente avrebbero predetto un futuro ricco, povero o mediocre.]

    Secondo gli antichi le fave (o le bucce dei legumi) contenevano le anime dei trapassati, così erano sacre ai morti. Presso i Romani avevano il primo posto nei conviti funebri.

    Rituali

    • Imbandire la tavola con una tovaglia arancione o nera.
    • Le candele devono essere anch'esse arancioni o nere e decorate con mele, melograni, crisantemi e calendule.
    • L'incenso di Samhain e' una mistura di alloro, noce moscata e salvia.
    • Si svuotano le zucche per farne delle lanterne e si dispongono a segnare i punti cardinali, con all'interno ( o in prossimità ) una candela del colore appropriato all'elemento corrispondente.
    • Mettere, in segno di accoglienza per gli spiriti, delle lanterne fuori dall'uscio per indicare loro la via o imbandire la tavola con un posto in più da lasciare per tutta la notte, nel caso che tornino a farci visita.
    • Il piatto tipico Irlandese di questa ricorrenza è fatto con purè di patate, cavolo tritato e cipolla, servito caldo con molto burro. Solitamente al suo interno si nasconde una moneta ed il fortunato che la trova, nella sua fetta, la può tenere e gli annuncia prosperità per l'anno che deve iniziare.


    Erbe di Samhain

    ghianda e quercia - abbondanza e fertilità

    cedro giallo - calma il dolore

    Dittany di Creta -  il profumo aiuta la proiezione astrale

    Fumitory - esorcizza le entità di spirito indesiderate

    Mulleina - i vecchi gambi imbevuti di grasso o cera, sono usati come torce note come "il foglio dei coni della strega", mentre la polvere è usata come sostituto per la polvere del cimitero nei vecchi grimori.

    Nightshade (Solanaceae) - portato addosso, un rametto di nightshade aiuta a dimenticare i vecchi amori e protegge dalle influenze diaboliche (ATTENZIONE - è una pianta velenosa!)

    Salvia - immortalità e saggezza. Attrae i soldi.

    Rapa - contro la malvagità.

    Assenzio romano - Allucinogeno. Richiama gli spiriti.  


    Rif.:
    http://www.ilcerchiodellaluna.it/central_calend_samhain.htm; http://www.thanatos.it/cultura/tradizioni/tradizioni_storia_festadeimorti.htm.


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    permalink | inviato da feel il 1/11/2007 alle 20:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

    21 settembre 2007

    ADULTERIO

     

    La focosa Elisabeth Rondanini
     
     
    La nobildonna irlandese Elizabeth Kenneis (1764 – 1796), conosciuta anche come Kenny o Elisabeth Rondanini, era la moglie del vecchio marchese Giuseppe Rondanini (1725-1801).

     
    A Roma la famiglia Rondanini di cui Giuseppe era l’ultimo marchese ancora in circolazione a quei tempi, era d’origini romagnole (di Faenza) e tra le più potenti della capitale, con un gran palazzo in via del Corso ed un posto di rilievo alla corte pontificia. La giovane marchesa era nota per la sua bellezza e faceva “girare la testa” a tutti gli uomini che incontrava.

    I suoi amori non passarono inosservati agli occhi dei pettegoli e dei frequentatori dei salotti dell’epoca ed era consuetudine, per qualunque viaggiatore di passaggio nella zona, trascorrere la notte in casa Rondanini. Com’era costume nel Settecento, oltre a titolati spasimanti, la dama mantenne per anni un intenso rapporto con il giovane cavaliere Camillo Zacchia, ammesso da tempo a palazzo.

    In seguito fece quasi scandolo la sua relazione con il giovane romagnolo (di Cesenate) Luigi Braschi-Oresti (1745 – 1806), nipote del papa Pio VI, promesso sposo della contessa Costanza Falconieri.
     
     
     
     
    Nell’agosto del 1790 la Kenny trascorse 15 gioni a Rimini per
     fare bagni di sole & mare.  A quei tempi solo una persona di cultura nordica poteva conoscere i benefici dell’aria e dell’acqua di mare, mentre per tutto il Medioevo l’acqua fu considerata veicolo di infezioni.  Raggiungere la spiaggia costituiva un’impresa quasi avventurosa e temeraria, con lunghe camminate o cavalcate fuori dalla città, tra coltivazioni, acquitrini, dune e sterpaglie, in una terra ancora di nessuno, e non sorvegliata. Anche per questo si può pensare che il vero motivo di un tale prolungato soggiorno, fosse l’incontro, con l’amante Luigi, sulla desolata spiaggia.
     
     
     
     
     

     
     
    Bernardino Nocchi
    Ritratto equestre di L. Braschi
     
    A questo punto, fautore del concetto che le cose dette “per il sentito dire”, le “dicerie” o “vox populi” possono essere molto più “forti” o “soft” di quello che si conosce, confesso che nelleggere questa storia, ne ho tratto, a fior di pelle, delle considerazioni del tutto personali, ovviamente, molto più “hot” di quanto si possa sottointendere.
     

    All’epoca del matrimonio il marchese Rondanini aveva già 60 anni, un’età considerevole per quei tempi e non era un segreto il fatto che si era sposato dopo una vita trascorsa a sistemare controversie patrimoniali contro alcuni fratelli illegittimi ed a raccogliere opere d'arte per ornare il suo magnifico palazzo romano, sperando forse di trovare uno splendido bastone per la vecchiaia e degli stimoli per perpetuare la sua nobile discendenza.
     
     
    Invece, niente bastone per la vecchiaia e, soprattutto, niente eredi. Probabilmente lui o la stessa Elisabeth non erano fertili, fatto che poteva solo mortificare la già “morente” mascolinità di lui o fortificare la nascente “sfacciataggine” di lei. 
    Nel 1796, quando a soli 32 anni la sfortunata marchesa morì per una improvvisa.ed incurabile malattia, il vecchio marchese, pur di avere un erede, concesse poi, al giovane Camillo Zacchia Rondanini, il privilegio di fregiarsi del suo cognome e di ereditare parte del patrimonio.  Probabilmente perché il giovane era cresciuto a palazzo (era entrato nelle grazie del marchese e della consorte in giovanissima età), e, oltre ad aver prestato servigi al marchese, probabilmente era anche diventato un comodo e sempre disponibile oggetto sessuale per Elisabeth.
    Giuseppe morì nella sua proprietà di Castelbolognese nel 1801, a 76 anni, un’età molto avanzata per quel periodo.
     
    Il fatto che all’epoca del matrimonio la rossa e bell’irlandese aveva solo 20 anni, 1ascia supporre che fu un’unione preparata a tavolino e che l’esuberante ragazza, lontana dal suo paese, fu contenta di dar finalmente sfogo alla sua sessualità, in un ambiente molto più “caldo” e disponibile di quello d’origine. 
     
     
    Consumate le ultime “cartucce”, solo coll’intento d’ingravidare la giovanissima consorte, il povero Giuseppe doveva essere consapevole che essendo givane, la moglie non poteva di certo fare il voto di castità. Posso supporre che per evitare che la “focosa” irlandese si appartasse con qualunque uomo l’attirasse,  Giuseppe preferì contare su una persona giovane e di fiducia per il prosieguo del preventivato adulterio. 
     
    E forse, chi meglio del giovanissimo Camillo poteva servire allo scopo?
     
     Sebbene grazie all’età potesse essere spesso “disponibile”, Camillo non poteva, forse, tener testa alla nobildonna per mancanza d’esperienza e  ogni nobile di passaggio a Roma, passava almeno una notte in casa Rondanini.  Tra i tanti, un giorno passò anche il ventiquattrenne Luigi Braschi che divenne, infatti, il suo amante, nonostante fidanzato e di lì a poco sposo.
    Chi vi scrive ha immaginato quegli incontri sulla riviera romagnola come l’occasione, per la focosa marchesa, di dare sfogo, in assoluta libertà, alla sua sfrenata libidine!!


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    14 settembre 2007

    EQUINOZIO D'AUTUNNO

     

    Equinozio d'Autunno - Elved o Mabon

    21/23 Settembre  

    San Michele (Michael Superno - Michaelmas - Harvest Home)

    28/29 Settembre  

     

    L’ultima tappa, il Trionfo e la Rinascita.

     

    Questa festività è distinta tra la festa originaria (pagana) del raccolto tenuta tra il 21 e il 23 settembre e quella cattolica del 29, istituita, successivamente, in onore di San Michele Arcangelo.   
    Come solito, addentriamoci nel linguaggio delle tre corrispondenze: a livello esoterico, naturale e astrologico.  
    A livello esoterico, arrivati a questo punto, l’anno magico e il cammino spirituale sono arrivati alla fine: si chiude un ciclo e se ne apre un’altro. Un punto d’arrivo, ma anche un punto di (ri-)partenza su un gradino più alto, se si è in grado di liberarsi dal Ciclo del Serpente per non avere regressione. Se il caso, bisogna essere in grado di risorgere dalle proprie ceneri, così come fa la Fenice alla fine del proprio ciclo di vita.

    La Tradizione Misterica dell’equinozio di autunno è così esoterica e personale da aver lasciato in passato poche tracce della sua presenza. Nella Grecia antica il mese di settembre (mese di Boedromione tra settembre e ottobre) era il periodo in cui si svolgevano i Grandi Misteri di Eleusi, dove in gran segreto il neofita poteva partecipare al secondo rito, che seguivano i Piccoli Misteri avvenuti sei mesi prima. Essi si tenevano a Eleusi, una località distante circa venti km. da Atene. Le due località erano unite da una strada, la Via Sacra, percorsa ogni anno dai fedeli in processione che da Atene si recavano a Eleusi per partecipare alla celebrazione.

    [http://www.samorini.net/archeo/tx_arc/arc_ele.htm]  

      

    Presso i Celti si festeggiava, invece, la festa intermedia di Harvest Home. Era tempo di raccolto e di doni per gli altri e per gli dei. Mabon (il giovane dio della vegetazione e dei raccolti, figlio di Modron, la Dea Madre.) o Alban Elfed, come i druidi erano soliti chiamare questo sabba minore (Albans), rappresentava la fine della mietitura così come Lughnasad  aveva rappresentato l’inizio, ed era l’ultimo prima del sabba di Samhain.

    Nella Roma antica, nelle grotte sacre a Mithra, si svolgevano i riti iniziatici con l’uccisione simbolica del Toro Cosmico che rappresentava l’Oro Filosofale o potenza generatrice.

    Gli Antichi tutti, celebravano in modo particolare questi momenti dell’Eterna Trasformazione, momenti di riflessione, raccoglimento e ringraziamento per i frutti della terra e per le esperienze maturate nel corso dell’anno (l’anno esoterico finisce a settembre).

    La Dea si prepara al sonno e il Dio al suo regno oscuro. Il sole scende letteralmente agli "inferi" e le tenebre cominciano a prevalere sulla luce. Il ciclo produttivo e riproduttivo è concluso, con l’autunno le foglie cominciano ad ingiallire e gli animali iniziano a fare provviste in previsione dell’inverno.

    E’ tempo di interiorità.
    La Madre Terra si riposa.
      

      

    "Grande Madre ti ringraziamo, mentre la Ruota dell'anno vediamo girare.
    Noi nutriamo corpo e spirito e per la tua abbondanza di cui noi godiamo, Profondamente ringraziamo."
      

      

    E' questo un momento di passaggio molto critico dove la barriera tra il mondo visibile e quello invisibile è molto sottile. Il periodo equinoziale di autunno è chiamato anche Michaelmas o Michael Superno (simile a Dio), il giorno dedicato all'arcangelo di fuoco e di luce alter ego di Lucifero. E' il principe e comandante supremo delle schiere celesti, l’arcangelo di luce che con al sua spada di fuoco sconfisse Satana e, pertanto, considerato il protettore della Chiesa Cattolica Romana, nonché il santo patrono della nazione ebraica. L'Arcangelo Michele aiuta il raggiungimento del successo, dell'affermazione e facilita la lotta per il superamento degli ostacoli o contro il male. E’ l’angelo solare abbinato all’elemento fuoco.
    Il culto di San Michele era molto sentito nell'Europa pre-rinascimentale tanto che circa la metà delle chiese presenti erano a lui dedicate. 
     


    A livello astrologico e secondo lo schema dei domicili e delle esaltazioni, il discorso è più tecnico. Tale periodo dell’anno rientra nel segno della Bilancia, subito dopo il dominio del Leone (raccolto), con l’arrivo di Saturno che rappresenta freddo e conoscenza razionale. Nei tarocchi esso corrisponde all’arcano VIII (Eremita) e V (Papa) ovvero la duplice veste di saggezza-determinazione. Mancano ora le energie avute durante il precedente equinozio di Primavera, quando si era nei segni di Marte e Plutone. Pertanto non è tempo ora per nuove esperienze, ma solo di bilancio e messo in opera di quanto (dei Frutti d’Argento e d’Oro) acquisito.

    Siamo, infatti, nel domicilio di Proserpina e di Venere, la cui natura della prima è quella di mantenere e valorizzare quanto ricevuto, e quella della seconda di mettere da parte le doti virili e produttive.  

    A livello naturale e della ruota dell’anno, l’estate sta lasciando il passo all’inverno e ancora una volta il giorno e la notte (durata) sono in perfetto equilibrio, come lo erano stati nell’equinozio di Primavera. Predomina qui, il blu e l’elemento acqua col flusso e riflusso delle maree, mentre l’orientamento è l’ovest.
    Il Sole viene a trovarsi nuovamente sul piano dell’equatore terrestre e il circolo d’illuminazione passa per i poli. Il 21 Sett. il Sole passa dallo zenit all’equatore, sorgendo al polo sud e tramontando al polo nord, mentre  in qualunque parte della terra la giornata dura esattamente 12 ore.
    La Ritualità solitamente è a carattere agreste in cui importantissima era la spiritualità legata alla vita ed alla preparazione dei sidri. Infatti, Mabon è anche la festa di ringraziamento per il secondo raccolto ( orzo ) ed è caratterizzata dall’ebbrezza alcolica.
    Molte specie migratorie - come le rondini - avviano il loro lungo viaggio verso sud.
    Le piante sono potate ed il seme messo nel terreno. E’ tempo di raccogliere l’uva e preparare il vino (la sua trasformazione nelle botti al buio, rappresenta proprio lo spirito degli iniziati nei riti misterici).

    Nelle feste di gruppo si festeggia in abbondanza e allegria con cibi e bevande. Si ringrazia la Grande Terra e gli dei donando un poco del banchetto, auspicando un futuro ritorno dell'abbondanza, mentre alla fine è buona cosa donare il residuo alla terra e alle sue creature. È il momento di onorare le divinità anziane e lo Spirito con allegria.

    "Ti salutiamo Dio Sole e aspettiamo la tua rinascita".
    "Ti ringraziamo Madre Terra per i doni che ci hai dato". 
     

    • La tavola o il tuo cerchio può essere decorato con erbe secche, patate, ghiande, mais, fiori di girasole e foglie autunnali.
    • Sulla tavola non devono mancare biscotti di farina di avena, grano, mandorle (frutta secca) e succo di mela per ringraziare gli antenati e i morti.
    • Mettere un posto in più a tavola per gli invisibili festeggiati.
    "Voi che ora vivete nel ricordo, il vostro sangue nelle mie vene scorre.
    Nei miei pensieri per sempre dimorate e ciò che sono e sarò lo devo al fatto che in me vivete."  
     
    • Una pietanza tradizionale è il pane di grano, come i fagioli le patate e le zucchine al forno. La patata è una verdura simbolica per Mabon perchè essa si forma e cresce sotto la terra. Sono quindi indicate anche cotte nel modo tradizionale sotto la cenere o arrostite nella carta stagnola, naturalmente con tutta la buccia.
    • Il falò viene acceso con le foglie secche raccolte nei campi.
    • Le bevande della festa sono il vino, l'orzo fermentato e il sidro di mela o pera.
    • L'incenso di Mabon è composta da una mistura di ibisco,mirra,pino, petali di rose e salvia. I petali di rosa e la salvia possono essere messi anche sulla nostra tavola a patto che non siano freschi.
    • Il cigno è l'uccello dell'Equinozio in quanto simbolo dell'immortalità dell'anima e guida dei morti nell'aldilà.
    • Le erbe associate con questa festività sono il grano le foglie di vite e di quercia.
    • Sono molto indicati in questo periodo gli esercizi di rilassamento e di meditazione.
    • Si possono bruciare i cardi (il significato è che il divino si trasforma nel suo aspetto di Donna Saggia e Cacciatore). Le decorazioni tipiche di questo periodo dell'anno includono anche la cornucopia, ovvero il corno dell'abbondanza, ricolmo e straripante dei frutti dell'anno, a significare in modo simpatetico l'abbondanza dei doni della Madre.
    • E tempo di preparare conserve e marmellate.
    • Nelle feste del raccolto si confezionano degli oggetti simbolici come le Bambole del Grano, formate dalle ultime spighe raccolte e legate con un filo rosso. La bambola deve essere conservata e poi bruciata per Imbolc. La bambola, una volta confezionata, sarà così consacrata:

    "Semi di vita che ardete e lottate
    nel nome del Sole e della Terra questo incantesimo realizzate
    Semi di abbondanza ridestatevi
    nella Sposa che il gelo scioglie trasformatevi".

     

    • Danza o medita in movimento.
      Con una danza (del Cervo) per onorare il Dio Cornuto (Cernunnos) [usa immagini e corna, per esempio].
    • Con una danza (dell’Albero) fatta in una foresta molto fitta, dove la comunità degli alberi stessi ispiri la tua danza tra loro. 

     

     

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    novembre